Nella mente criminale di Hitler non c’erano solo gli ebrei, ma anche quell’infetta “accozzaglia di dormienti” dei viennesi

(di Andrea Bisicchia) Nella “Collezione di teatro”, arrivata al numero 467, nel giro di tre mesi, sono usciti: “Il filo di mezzogiorno” di Goliarda Sapienza, nella versione teatrale di Ippolita Di Majo, “La ragazza sul divano” di Jon Fosse, traduzione Graziella Perin, “Mein Kampf, da Adolf Hitler” di Stefano Massini, si tratta di tre testi che hanno riscosso grande successo sulle scene nazionali.
Per l’occasione, mi concedo una riflessione sull’editoria teatrale che evidenzia una sua necessità nel momento in cui è continuativa. Come per il teatro, la continuità è necessaria per essere riconosciuto a livello ministeriale, dovrebbe esistere anche per l’editoria teatrale una sana continuità, proprio come lo è sempre stata quella della “Collezione di Teatro” einaudiana, la più longeva, la più coerente, visto che i tentativi di altri editori, a cominciare da Rosa e Ballo, diretta da Paolo Grassi, nel pubblicare testi teatrali alla lunga non hanno resistito, proprio per il loro carattere occasionale.
Non poteva dirsi altrettanto, per esempio, quando era in vita Franco Quadri, per i “TESTI UBULIBRI”, che poterono vantare anch’essi una simile continuità, la stessa che caratterizza le edizioni, esclusivamente teatrali, di CUE PRESS.
Intanto, vanno registrati altri tentativi che vedono alcuni Teatri Stabili fare accordi con case editrici per pubblicare saggi e testi da mettere in scena, come quelli del Piccolo Teatro col Saggiatore, o dell’ERT con l’editore Sossella, per la Collana Linea, a cura di Sergio Lo Gatto e Debora Pietrobono.
Mi sento ancora di segnalare il lavoro editoriale dedicato al teatro da Laterza con la sua “Biblioteca Universale”, da Titivillus, oltre che quello del CTB di Brescia e del Teatro Stabile di Torino, con i loro “Quaderni”.
Esistono altri tentativi, direi occasionali, riguardanti sempre testi teatrali, come quelli di Feltrinelli e di altri editori, insomma qualcosa si è mosso. L’editore Einaudi, del resto, vanta pubblicazioni importanti, non solo per quanto riguarda i testi, ma anche nel campo della saggistica basterebbe ricordare i libri usciti nella Collana Saggi ed ancora quelli di “STORIA DEL TEATRO MODERNO E CONTEMPORANEO”, diretta da Roberto Alonge e Guido Davico Bonino.
Prima di pubblicare il testo di Massini, di cui Einaudi aveva già edito “Lehman Trilogy”, con cui l’autore vinse il Tony Award, ovvero l’Oscar del teatro americano, aveva dato alle stampe “Mein Kampf” di Tabori (1987), presentato come “una storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una grande storia d’amore, Hitler e il suo ebreo. Un caso orribile”, a cui fece seguire “I cannibali”, una accusa feroce contro una civiltà che ha potuto generare Aushwitz.
Se il teatro di Tabori è carico di sdegno, di rabbia, oltre che di umorismo ebraico, il teatro di Massini è protetto da una dimensione riflessiva, avendo la capacità di creare un linguaggio, direi, inconfondibile, nel trattare i fatti di cronaca, tanto da rasentare la poesia, era già accaduto con “7 minuti, consiglio di fabbrica”, ma accade maggiormente con “Mein Kampf”, grazie all’uso, a mio avviso, della “Ballata”, per la ripresa fissa di un leit motiv, nel nostro caso: “Da dove si inizia, per cambiare la Storia? Da dove si inizia per cambiare tutto?”, una specie di refrain che accompagna l’intera composizione. Alla “Ballata” si è ispirata anche la musica Rap, ed è quello che ho avvertito leggendo il testo che, però, cerca di volare alto, eliminando tutto ciò che sappiamo sull’argomento, per trattarlo in maniera assoluta, utilizzando la parola, non come azione, così come veniva adoperata dai tragici greci, ma come Atto.
Per Massini, le parole sono atti che si compiono, sono fatti per i quali una persona va giudicata. La sua provocazione consiste, pertanto, nell’entrare nella mente di Hitler e di giudicare i suoi atti come conseguenza delle sue parole, abbondantemente retoriche, con le quali cercava di giustificare i suoi atti criminali. Per esempio, perché nel 1933 fu ordinato di bruciare 25 mila volumi? perché si voleva promozionare la cultura del popolo nazista, distruggendo le culture borghesi a cominciare da quella ebraica, senza avvedersi che quando bruci un libro mostri soltanto di avere in odio la cultura, in genere.
Forse era uno dei modi per cambiare la Storia, per cambiare tutto. Hitler aveva di mira non soltanto gli ebrei, ma anche l’Austria, la cui capitale viveva una decadenza incontrollata, in cui abitava “una accozzaglia indifferenziata di dormienti”. Anche Vienna, quindi, mostrava un corpo infetto e corrotto, era necessario pertanto cambiarne la Storia per riscattare un popolo che era stato umiliato, essendo egli convinto che nella disperazione ci sia sempre una energia straordinaria.
Come, allora, cambiare tutto? Agendo sulle masse, che non sanno amare, essendo come dei bambini impauriti.
Massini, entrando dentro il testo “maledetto”, ci fa capire come, in esso, non ci sia altro che un déjà-vu.

“Mein Kampf –  Da Adolf Hitler”, di Stefano Massini. Collezione di teatro. Einaudi 2024, pp. 67, € 11.