Non si raccontano più storie. Intrecci, personaggi, emozioni in esilio tra gli antichi classici. Evviva il teatro del bla bla bla

(di Andrea Bisicchia) – Nel terzo millennio, il teatro italiano si è scoperto nudo, ovvero senza trame da raccontare, se non quelle offerte dalla cronaca, senza alcuna sublimazione, alimentando il Teatro dell’Oralità che ormai si scopre essere esausto e quello del Teatro Documento che di documenti veri non ne ha più.
I motivi di questa assenza di trame possono essere diversi, primo, fra tutti, l’inadeguatezza della lingua, anch’essa alquanto logora e, pertanto, inadatta, oppure la volontà di sostituire i racconti con vere e proprie trame fisiche, oppure con installazioni che richiedono molta fantasia allo spettatore e che impegnano il corpo e non la parola. Eppure, per secoli, sono state le storie, le trame, con i loro intrecci, i loro misteri, le loro violenze, le loro infinite metafore ad avere impegnato la nostra attenzione, a farci identificare con i personaggi dell’azione teatrale.
Oggi, non essendoci tutto questo, non ci sono neanche i personaggi. Ne consegue, pertanto, per chi crede ancora nella parola, di ricorrere a classici antichi e moderni, per farci ancora emozionare, per farci capire che le nostre vite sono il risultato di un intreccio e che il “tessuto” di questo intreccio è imprevedibile, proprio perché intessuto di emozioni che ci permettono di conoscere gli altri e, infine, noi stessi.
Forse anche per questo assistiamo a continue “riscritture” di poemi e di tragedie antiche, spesso, con molta disinvoltura, se non superficialità, che offrono in olocausto contenuti e valori che appartenevano al passato e che forse, con un po’ di fedeltà, potrebbero appartenere anche all’oggi.
Il palcoscenico ha guidato milioni di spettatori, ha trasformato il loro modo di analizzare e di giudicare la realtà, di riflettere sulle storie altrui, che sono diventate anche le nostre, aiutandoci a capire le strutture portanti delle società, a ponderare sui rapporti tra bene e male, tra amore e violenza, tra essere ed esistere. Il racconto non si limita al fatto, perché tende a trascenderlo, per metterci in comunicazione, non con la fisica del corpo, ma con la metafisica, facendo ricorso al mondo reale per trasfigurarlo, in una sorta di astrazione, della quale, lo spettatore, diventa facile preda.
Insomma, il teatro del terzo millennio non sa cosa farsene di verità metafisiche, quando lo fa, se ne avverte  la falsità, la vuota retorica, il pressappochismo, l’ansia di teorizzare il nulla per spiegare quello che non c’è, con l’utilizzo di parole prese in prestito da una lettura frettolosa dei classici, utilizzati per dare un senso a qualcosa che senso non ha.
Eppure, esistono tante storie che raccontano grandi verità, che testimoniano sofferenze di carattere etico, che arricchiscono lo spirito.
Come fa, allora, un teatro a sopravvivere, senza compromettersi con l’immaginario, senza poter coinvolgere con eventi, a volte, meravigliosi, a volte brutali, senza farci comprendere il mistero della vita, pur con la consapevolezza di non avere delle risposte adeguate.
Non basta, certo, l’uso sapienziale delle luci o delle istallazioni, non bastano gli spettacoli in technicolor per dare un senso alla nostra esistenza.