Normalità d’una idilliaca famigliola. Ma al di là di un muro c’è l’inferno. Non si vede, s’intuisce: la tragedia della Shoah

(di Marisa Marzelli) Vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2023, il film scritto e diretto da Jonathan Glazer The Zone of Interest si presenta al prossimo verdetto degli Oscar con cinque candidature: miglior film, miglior film internazionale (non in lingua inglese), regia, sceneggiatura non originale (è liberamente tratto dal romanzo omonimo di Martin Amis, del 2014), sonoro.
In un momento internazionale in cui un crescente antisemitismo rispunta in differenti parti del mondo, si rivela quanto mai attuale.
Film difficile, per non dire ostico, cerebrale, messo in scena con glaciale simmetria e (apparente) distacco ha quasi un effetto a scoppio ritardato. Se subito dopo la visione si resta con una sensazione di lugubre scoramento, a mente fredda ne emergono stratificati significati. Ma soprattutto è un film in cui affiora prepotente come la forma filmica possa farsi anche devastante contenuto.
Si inizia con lunghe scene bucoliche, inquadrate piuttosto da lontano, in campo lungo, di una famigliola che si diverte all’aperto; i bambini giocano e fanno il bagno nel fiume, il padre pesca… Si prosegue con altre scene di vita quotidiana in una bella e linda villetta con un giardino ben curato e interni ordinati: la mamma si occupa con attenzione del ménage, impartisce ordini a cameriere e fattorini; il padre si occupa dei suoi affari, riceve e discute con colleghi di passaggio come massimizzare l’efficienza dell’attività lavorativa. Niente di particolarmente lussuoso, piuttosto la realizzazione di un sogno di vita piccolo borghese. Scorci minimalisti di ordinaria esistenza, se non fosse per quel muro confinante con la casa, oltre il quale si avvertono suoni confusi e cacofonici, sbuffi di fumo nero dalle ciminiere che ammorbano il cielo azzurro. Perché quella è casa e la famiglia di Rudolf Höss, comandante di Auschwitz durante la messa in atto della Soluzione Finale del regime nazista.
Troppo facile limitarsi a constatare, secondo la definizione celeberrima di Hannah Arendt, che sta andando in scena la banalità del male. Qui il regista Glazer (che è britannico ma stavolta ha girato in tedesco) presenta la “normalità” del male, la facilità di assuefarvisi e al contempo la sua rimozione. Oltre quel giardino ben curato, dietro quel muro, al di qua dell’inferno avviene l’Olocausto, ma non si vede.
In tanti modi il cinema ha cercato di raccontare negli anni il dramma della Shoah, stavolta la forza della sua presenza sta nella quasi totale assenza visiva. Non si vedono prigionieri ebrei, né baracche, né esecuzioni; solo rumori ovattati e distanti, indecifrabili perché volutamente tenuti fuori dagli spazi della casa. Certo, ci sono inquietanti strappi sonori (curatissimo l’uso del suono) e visivi (soprattutto a livello di colori) ma, applicato ad un altro contesto, ciò che lo spettatore effettivamente vede assumerebbe altri significati. Però lo spettatore sa e non può chiamarsene fuori. Sa che Höss, poi condannato al processo di Norimberga, si rese responsabile della morte di milioni di ebrei. Un po’ come nell’ungherese Il figlio di Saul di Laszo Nemes (premio Oscar per il film straniero nel 2016) è il fuoricampo l’elemento più pregnante del racconto.
La scelta formale del regista è radicale e rigorosa, la scena è spesso fissa, l’orrore del quotidiano può raggiungere gradi superiori a quelli di una ben congegnata fiction. Bravi nel rappresentare la “normalità” dei personaggi gli interpreti principali: Christian Friedel (Il nastro bianco) è Höss; la moglie oculata massaia è Sandra Hüller, camaleontica attrice protagonista anche di Anatomie d’une chute, la Palma d’oro di Cannes dell’anno scorso.
Un’ultima annotazione, in coerenza con la rigida simmetria del film: il titolo allude allo spazio delimitato, la villetta e la vita tranquilla che vi si svolge, il centro degli interessi della coppia protagonista, la loro comfort zone.