AL TEATRO CORTESI DI SIROLO “I PERSIANI” di ESCHILO, REGIA ALDO CONFORTO, SUPERVISIONE ARTISTICA DI FRANCESCO MAZZA, con ANNA MARIA COREA, ALESSANDRO GIORDANO, BENITO PUGLIESE, MARCO TREBIAN.
(di Andrea Bisicchia) – “I Persiani” di Eschilo sembrava una tragedia dimenticata, risale al 1990 l’ultima edizione che vidi al Teatro Greco di Siracusa, regia Mario Martone, musiche di Battiato, con Toni Servillo nella parte del Messaggero, oggi affidata a un bravissimo Alessandro Giordano, nello spettacolo, visto al Teatro Cortesi di Sirolo, con la regia di Aldo Conforto e la supervisione artistica di Francesco Mazza, prodotto dal Teatro di Calabria Aroldo Tieri.
In questa stagione sono andate in scena tre versioni dei Persiani, oltre a quella del Teatro di Calabria, ricordo quella di Alex Ollé, scena superba di Alfonso Flores, un grandissimo tavolo che diventa luogo di riunione di militari e politici, ma che si trasforma anche in tomba di Dario, prodotta dall’INDA, quella del giovane e promettente regista Giovanni Ortoleva, per il Teatro della Tosse, il quale ha immaginato un grande letto vuoto, al centro della scena, talamo regale di una vedova addolorata che vede in sogno il suo regno distrutto.
La domanda che viene subito in mente è: perché tre Istituzioni, in regioni diverse, Sicilia, Calabria, Liguria, hanno sentito il bisogno di cimentarsi, ciascuna a suo modo, con una tragedia che sembrava dimenticata?
Perché oggi stiamo assistendo a uno scontro tra Oriente e Occidente, ovvero tra due imperialismi, quello americano e quello iraniano, novella Persia, guidato da intransigenti Ayatollah.
Insomma, quella che era una storia lineare che vide la sconfitta e la distruzione, a Salamina, dell’esercito persiano, si è trasformata in una storia contemporanea che ha aperto drammatici interrogativi che riguardano i pericoli di nuovi autoritarismi, le vulnerabilità degli uomini di potere, soprattutto di coloro che hanno la tendenza a perpetuarlo, anche se costretti a sopravvivere a loro stessi e ai loro fallimenti.
Ci siamo accorti che le tre edizioni hanno condannato la perpetuazione del potere, ritenuta una pura illusione, solo che, attorno a questa illusione, si muovono apparati degli Stati che coinvolgono Presidenti di Nazioni, Uomini di eserciti sempre più forti, Economia della guerra, politici che non sanno rinunciare ad ambizioni smodate, rivestite di tracotanza e di superbia.
Così, se Ollé ha puntato alla critica di ogni forma di imperialismo, se Ortoleva si è intrattenuto su una interpretazione che ha scomodato la psicoanalisi con intenzioni introspettive, l’edizione del Teatro di Calabria ha voluto far convivere il passato e il presente attraverso un impianto scenico che dà molto risalto ai costumi e alla maschere, restituendo loro il valore della tradizione, reinventata attraverso ricchissimi e sfarzosi costumi che rimandano ai colori e alla opulenza della Persia, opulenza che non è solo cromatica, ma che è anche lo specchio di un potere che è riuscito a dilaniarla a causa della hybris che ha colpito Serse, detentore della ricchezza e del potere lasciatogli dal padre Dario.
Molto è stato il lavoro fatto dal regista sulla parola, una parola capace di far sentire la sofferenza per chi ha subito una tremenda sconfitta, grazie a una compostezza tragica e, contemporaneamente, ieratica, ben individuata nella scelta delle maschere, il cui potere, oltre che rappresentativo, è anche evocativo, nel momento in cui il Coro fa convivere il suono con il canto, dando l’idea di un gruppo sociale che non ha più la forza di reagire, dimostrando questa sua inazione quando volge le spalle al re Serse, tornato dalla disfatta, accolto dalla madre Atossa, una superba Anna Maria Corea che crede ancora nella rinascita della Persia, pronta a rivestire il figlio con abiti dorati.
Spettacolo intenso, coinvolgente, grazie anche all’apporto di Benito Pugliese, un Dario che arriva dall’oltretomba con una straordinaria imponenza, a Marco Trebian che esprime lo stupore di Serse, ad Anna D’Alfonso, la Donna afflitta, e ai due giovani bravi corifei, Eugenio Nicolazzo e Gino Mariano Mazzotta.
Commosso il numeroso pubblico del Teatro Cortesi che ha applaudito molto calorosamente.








