«Omologazione» e «usato sicuro» provocano gravi danni al teatro. E lo rendono inerte, con il rischio d’una grave paralisi

(di Andrea Bisicchia) A guardare i cartelloni della Stagione 2022/23, che vengono enunciati pomposamente dalle varie istituzioni teatrali, quello che emerge è l’idea di spettacolo intesa come “prodotto” e non come “repertorio”, tanto che si tende a parlare di fatturato, di un teatro che debba fare i conti col botteghino, realizzando l’idea della Legge Corona degli anni Settanta, dove si parlava di industria teatrale e non di bene culturale e si chiedeva ai direttori di essere degli esercenti in grado di utilizzare le tecniche di mercato per attrarre un nuovo pubblico, da intendere, non come spettatore, ma come cliente, utilizzando la formula marketing più adatta: molti classici antichi e moderni, qualche novità, infinite letture, facendo passare, per impegno culturale, ciò che, in fondo, non è altro che un impegno di tipo economico.
Altra indicazione era stata quella di utilizzare lo Star-System, benché, se dovessimo fare un confronto con l’oggi, scopriremmo che di Star ne siano rimasti pochi, alcuni soli e abbandonati. In quegli stessi anni, Paolo Grassi lanciò degli anatemi contro il teatro commerciale.
Scorrendo i programmi delle nuove Stagioni, ciò che affiora è una specie di omologazione, ovvero un insieme di dispositivi che garantisce un livello minimo di prestazione, facendolo passare per livello massimo, insomma, una conformazione degli standard teatrali, fondati sull’Usato Sicuro. A parte qualche promettente produzione, si notano infatti gli stessi titoli, gli stessi attori, gli stessi registi, mentre ciò che viene indicato come cambiamento non è altro che una enorme offerta di teatro, tale da creare un senso di smarrimento in chi lo segue come spettatore o per professione.
Insomma, ciò che particolarmente si nota è una certa referenzialità, una assenza di progettazione, di unità stilistica, di coraggio, di invenzione, benché sia noto che non inventiamo nulla, perché ciò che crediamo nuovo non è altro che ciò che riusciamo a vedere con occhi diversi.
L’espansione delle Compagnie, soprattutto, giovanili, è impossibile da seguire, sono in molti a fare teatro perché non possono fare altro, anzi questa scelta per loro diventa una forma di sopravvivenza, dato che si tratta di piccole Compagnie, per lo più squattrinate, che sembrano voler dire alle istituzioni: aiutateci a trovare un lavoro, visto che, in Italia, la parola lavoro produce orticaria persino nei partiti che si dicono di sinistra , ma che cercano di risolvere il problema con blande elargizioni, quelle che non si negano a nessuno e che somigliano a piccole elemosine.
La prima espansione di Compagnie si verificò, a dire il vero, negli anni Settanta, con l’avvento delle Cooperative, all’inizio autogestite, e con gruppi di sperimentazione che, però, non dilagarono, come succede oggi, ma che si posero dei compiti alquanto difficili, come quello di portare gli spettacoli in numerose Regioni, poco frequentate, o in paesi dimenticati. Quella fu una vera rivoluzione che permise di rimettere in moto teatri abbandonati che, per l’occasione, vennero ristrutturati, diventando modelli per piccoli borghi che, a loro volta, iniziarono a ristrutturare e a mettere in pratica la “necessità” di fare teatro.
Purtroppo, oggi, constatiamo che non esiste più un teatro necessario che sappia dare il senso di un’epoca, che sappia sovvertire lo stato di omologazione, che sappia comprendere e denunziare gli arbitri del potere che, nel caso del teatro, soddisfa i soliti noti.
Quel che ancora si nota è l’assenza di funzionalità sociale e che la formula di un “teatro per tutti” è ormai logora perché non soddisfa nessuno, perché offre una serie di scelte prefabbricate che inseguono soltanto le ricerche di mercato.
In una simile situazione, il mondo dello spettacolo ha finito per declassare il “teatro d’arte”, rinunziando allo spazio originario, quello dei grandi registi che erano capaci di reinventarlo giorno per giorno. C’è, all’orizzonte, il rischio di una grave paralisi.