Opulenta grandiosa sensuale. E, dopo sei ore, applausi sconfinati. Il sortilegio di un’opera amatissima da Toscanini

MILANO, venerdì 17 marzo ► (di Carla Maria Casanova)Die Meistersinger von Nürnberg” (I Maestri cantori di Norimberga) sono quella famosa opera che, quando arriva il terzo atto, ci sono ancora davanti due ore di musica: praticamente tutta la Traviata. Ma va bene così: uno se ne è già fatto una ragione da tempo, altrimenti sta a casa. Era anche l’opera wagneriana preferita da Toscanini, che avrà avuto i suoi bravi motivi. Nel mio piccolo (piccolissimo), provo grandi emozioni al primo e al terzo atto (nel secondo meno, con quell’interminabile grottesca esibizione di Beckmesser davanti a Sachs e poi tutto quel putiferio della baruffa dei Maestri, che tra l’altro nello spettacolo andato in scena ieri sera alla Scala è oltremodo confusionaria).

Alla Scala si è immediatamente percepito (sala non esaurita, inizio spettacolo ore 18, fine ore 23,30) che il pubblico presente era di wagneriani convinti. Applausi sconfinati. D’altra parte è difficile sottrarsi al sortilegio di questa musica opulenta, grandiosa, sensuale nonostante l’assenza del solito lancinante dramma d’amore. Applausi in primis per il valentissimo direttore Daniele Gatti che di Wagner si è fatto una bandiera (Muti-Verdi, Chailly: Puccini; e lui? Si è preso Wagner) e per Michael Volle, asse portante dell’opera, un Sachs straordinario, con vibrante autorità vocale e recitazione spesso commovente. Lo sterminato cast è rigorosamente straniero. Peccato che il tenore Michael Schade (Walther) fosse in grande difficoltà. Conscio, alla chiamata finale, forse per prevenire una reazione cruenta del pubblico, si è fatto un segno alla gola. Tanto valeva diramare l’usato bollettino “nonostante una indisposizione ecc”. La dolce Eva (l’americana Jacquelyn Wagner- nessuna parentela) non la si sentiva proprio. Indisposizione anche lei? “Bene gli altri” come si usa dire: Albert Dohmen (Pogner), Markus Werba (Beckmesser), Peter Sonn (David). Sono ventotto personaggi al totale. E il coro, istruito come sempre dal valoroso Bruno Casoni, quale formidabile resa!

Nella vicenda de “I Maestri cantori”, come noto tutto verte, per lo straniero Walther, sull’essere cavaliere e sul venire accettato dalla severissima corporazione quale maestro cantore (premessa indispensabile per poter impalmare la bella Eva, con la quale già sono intercorse occhiate significative). Walther è invitato a sottoporsi alla prova e a intonare un canto. Lui guarda l’amata e l’ispirazione arriva “Per te, mia amata…” (vedi Traviata “Vi fia grato? L’ho già in cor”). Solo che Alfredo parte in quarta con Libiam e in un paio di minuti tutto è risolto. Walther ci mette un po’ di più. Vale a dire che lo sviluppo dell’argomento durerà tutta l’opera: le quattro ore e rotti che mancano alla fine. Wagner non è Verdi, si sa.

Lo spettacolo, che arriva da Zurigo (2012), si apre su una scena composta da un grande traliccio metallico che sovrasta le rovine di una cattedrale gotica distrutta durante la seconda guerra mondiale. Siamo dunque nel ’45. Ma la regìa di Harry Kupfer è tradizionale e funzionante. Ha solo creato un attimo di sgomento il finale: dopo aver solennemente proclamato l’assoluta priorità della cultura germanica (“Finisca pure in polvere il sacro romano impero, ci resterebbe sempre la sacra arte tedesca”), Sachs si dirige verso il lato destro del palcoscenico e offre la corona di Maestro cantore appena conferitagli. Offre a chi? Gli spettatori di estrema destra (in senso di ubicazione in sala) non riescono a vedere. Forse a un simulacro dell’Aquila imperiale germanica? O, Dio non voglia…? (qualche nostalgico c’è ancora). Non sarebbe la prima volta che una situazione del melodramma crea problemi. Ricordo che una volta, in un Otello in Egitto, “L’orgoglio musulman sepolto è in mar” era stato opportunamente escamotato con “l’orgoglio del nemico…” E adesso questa storia del sacro romano impero in polvere non va mica tanto giù a noi. Un po’ di italico orgoglio, sia pur assai sbiadito, ce l’abbiamo ancora. Disfattisti per conto nostro, ma se ce lo vengono a spifferare in faccia, ce la prendiamo di brutto. Per fortuna, qui niente di oltraggioso: la corona di Sachs va a una statua di Davide (re Davide) con la cetra, tutta spostata sulla destra del palcoscenico, quasi tra le quinte. Magari non c’entra un gran che, ma la Bibbia è abbastanza neutrale per sistemare ogni cosa. Dunque tutto a posto.

Repliche 19,23,26,30 marzo, 2, 5 aprile
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