Oscar 2018. Premi a pioggia. Quasi tutti contenti (specie il Messico). Ma nessuno ha fatto davvero man bassa di statuette

I due vincitori messicani: “La forma dell’acqua” e “Coco”.

NOSTRO SERVIZIOLOS ANGELES, lunedì 5 marzo ► (di Marisa Marzelli) – Ha vinto un cinema di qualità ma capace di raggiungere e piacere a un pubblico ampio, mainstream. La forma dell’acqua (quattro statuette: miglior film, regia, scenografia, colonna sonora originale) di Guillermo del Toro è un fantasy (qui la nostra recensione), ma anche un thriller politico ambientato negli anni ‘60, un omaggio al cinema in tutte le sue declinazioni di stili, una storia d’amore, uno sguardo sulle diversità. Hanno vinto i messicani: lo sono il regista del Toro e la storia di Coco (miglior film d’animazione e canzone).
Hanno vinto le previsioni della vigilia, quasi tutte rispettate. E, siccome le previsioni davano diversi film in odore di premiazione per una o l’altra categoria, c’è stata una certa parcellizzazione di premi. Manca qualcuno che abbia fatto davvero man bassa di statuetta, sebbene La forma dell’acqua partisse con 13 nomination, ma c’è stato equilibrio, segno di qualità diffusa. Detto ciò, è innegabile che La forma dell’acqua, con i suoi quattro premi, tra cui i due più significativi (film dell’anno e regia) sia il trionfatore. Tra l’altro, questa 90ma edizione degli Oscar abbinando il premio di film e regia allo stesso autore mostra coerenza di scelte; perché è logico, in linea generale, che il miglior prodotto sia frutto del lavoro del migliore autore. Anche se non sempre la regola aurea viene rispettata.
Guardando ai singoli altri premi si può in generale cogliere qualche segno degli umori dell’industria dello spettacolo USA, spia degli umori del Paese. Con tutte le contraddizioni del caso. A Hollywood, serbatoio dell’intellighenzia liberal, ha soffiato un vento anti-Trump? Sì e no. Sì per il Messico sugli scudi, mentre il presidente vorrebbe un muro di divisione al confine sud; no perché certi film politicamente critici nemmeno sono arrivati alle finali. Ma dai titoli vincitori emerge nel complesso un’America inquieta, violenta e arrabbiata come in Tre manifesti a Ebbing, Missouri, migliore attrice la leonessa Francis McDormand; migliore non protagonista Sam Rockwell, vice-sceriffo razzista ma disponibile a riscattarsi (qui la nostra recensione), un’America attenta al passato della guerra come ne L’ora più buia  (miglior attore Gary Oldman nei panni di Churchill primo ministro britannico alle prese con l’evacuazione di Dunkirk, miglior trucco) o della guerra fredda (una delle tematiche de La forma dell’acqua).
E veniamo alle briciole. Il raffinato e non facile Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson ha vinto per i migliori costumi (qui la nostra recensione). Lo strombazzato ma non così riuscito remake di Blade Runner (qui la nostra recensione)  ha intascato due premi tecnici (migliore fotografia ed effetti speciali). Dunkirk (qui la nostra recensione) di Christopher Nolan –  che è in qualche modo il lato B de L’ora più buia (qui la nostra recensione), cioè lo scenario bellico connesso alle mosse di Churchill sulla scacchiera politica per rimpatriare le migliaia di soldati bloccati sulle coste francesi mentre dilagavano i nazisti – ha vinto per miglior montaggio, montaggio sonoro e suono.
Inatteso e meritato l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale a Get Out, anomalo horror politico di Jordan Peele. Un piccolo film sulla questione razziale. Nel 2017 gli Oscar furono caratterizzati dalla polemica sugli scarsi o nulli riconoscimenti agli afro-americani. Quest’anno Hollywood ha messo la tematica in seconda fila, presa dall’urgenza delle molestie e dallo scandalo Weinstein. Il riconoscimento a Get Out è dunque un segno contro la smemoratezza. Senza contare che il sorprendente film di Peele ha trionfato (miglior film e miglior regia) agli Spirit Awards, gli Oscar del cinema indipendente che vengono assegnati la sera prima degli Oscar.
Infine l’Italia. Tutte le attese (4 nomination, un numero che non si vedeva dai tempi di La vita è bella di Benigni) erano per Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, girato in inglese e in grado di piacere a un pubblico anglofono. Il film di Guadagnino ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale (da un romanzo di André Aciman), però firmata da James Ivory, grande regista quasi novantenne che in partenza avrebbe dovuto dirigerlo. Ivory incassa la prima statuetta competitiva della sua lunga carriera. Dai rumors dietro le quinte pare che Ivory e Guadagnino non fossero in sintonia su come sviluppare il film.