Parole silenzi incomprensioni. Orsini e Branciaroli, due titani tra le magie stilistiche della Sarraute. E le alchimie di Pizzi

MILANO, mercoledì 12 gennaio ► (di Paolo A. Paganini) Basta una semplice parola detta di traverso, anche involontariamente, o un silenzio imposto o subìto per disattenzione, per far morire un rapporto o per crearsi un abisso di rimpianti. Per la scrittrice francese di origine russa Nathalie Sarraute (1902-1999), anche un semplice “sì”, che può sembrare una degnazione, o un inoffensivo “no”, che può passare per indifferenza, possono essere sufficienti a far agonizzare sani rapporti di amicizie, che avevano lo stato di grazia di eterne fratellanze. E nessuno – qui viene il bello -, neanche gli interessati, conosce fino in fondo il perché di quello strano malessere dell’anima, che, senza reali e meditate ragioni, ha avvelenato il loro rapporto.
(Leggere, per chi ne ha voglia, “Tropismi”, – 1939 – della stessa autrice, che ha usato, come traslato, un termine scientifico, per indicare, in biologia, gli automatismi di un organismo sollecitato da uno stimolo esterno. V. anche: “L’età del sospetto” – 1956 – dove cerca d’individuare nuove tecniche, nuove forme, per pervenire “su quel limite fluttuante che separa la conversazione dalla sotto-conversazione…”). Citazioni doverose per capire come, per la Sarraute, un sì o un “no” siano diventati, nell’81, il titolo di un “Pour un oui ou pour un non” (Per un sì o per un no). E siamo dunque tra gli amati filosofemi della Sarraute.
La pièce è in scena al Piccolo Teatro di Via Rovello. E, fino al debutto, c’è stata l’appassionata attesa per due titani della drammaturgia contemporanea: Franco Branciaroli (stentorea e possente voce da areniane prestazioni) e Umberto Orsini (raffinato giocoliere di mitraglieschi intarsi e cesellature verbali).
Errore.
Appena in scena, Branciaroli ha stupito e raggelato la fitta presenza di estimatori con una chioccia e imprevedibile voce in falsetto, da esausto vegliardo in disarmo. La trama è pressoché inesistente. È teatro di parola allo stato puro. Orsini, qui, con un bilancino fatto di stanche attese e di eloquenti silenzi, deve dare soddisfazione al vecchio amico di una presunta offesa che avrebbe arrecato, forse involontariamente, chi lo sa, decenni prima. L’offesa era stata una innocua esclamazione, tipo: “Ah, è così…” Tutto qua. Ma l’altro l’ha impregnata di strani e reconditi significati… Gli imperscrutabili misteri della mente umana. Il vecchio Orsini se l’era legata al dito. Ora non ne vuol parlare. Ma l’amico Branciaroli lo incalza, vuole sapere a tutti i costi cos’è mai accaduto in passato di così tragico da far morire la loro fraterna amicizia. I due insistono cocciutamente nelle loro posizioni.  Uno vuol sapere, l’altro non vuol dire. Uno insiste, l’altro si nega e si limita a bofonchiare: niente. Ma l’insistenza di Branciaroli si fa pressante. E tutto, pur così ridicolo e inconsistente, finalmente si chiarirà.
Sembra un gioco di quiz. Ma il gioco teatrale, per un’ora, diventa una stupefacente prova di abilità, tra silenzi, frasi fatte, puntigliose reticenze, infantili dinieghi, non solo in gloria all’abilità drammaturgica della Sarraute (che ebbe a dire, nel citato “Tropismi”, che le parole sono la superficie visibile di un’altra realtà…), ma anche alla raffinata e intensa alchimia registica di Pier Luigi Pizzi.
Ne è nato un capolavoro imperdibile di un’ora di vero (sic) teatro. Per risvegliarsi ora, dopo due anni di reclusione pandemica. E cominciare a riguadagnare il tempo perduto. Scoprendo tristemente quante meravigliose occasioni avremo senz’altro perso. Si replica fino a domenica 30 gennaio.