(di Andrea Bisicchia) – Libro un po’ insolito sull’attività professionale di Pasolini, ma con una precisa indagine di lavoro, come si evince fin dal titolo, “L’Agorà di Pasolini, Appello all’Unesco, Marginalità dei luoghi, Giornalismo”, a cura di Stefano Casi, Gerardo Guccini, Matteo Paoletti, con la collaborazione di Annalisa Ciuffetelli, perché l’attenzione dei curatori si è spostata verso aspetti poco noti che riguardano il coinvolgimento di Pasolini nei rapporti con l’Unesco, mentre più conosciuti sono quelli che riguardano i concetti di Agorà, di Marginalità e il rapporto col Giornalismo.
Sappiamo bene come il mondo pasoliniano sia alquanto sotterraneo e quanto sia stato complicato esplorarlo, essendo le stratificazioni al suo interno innumerevoli, benché sempre aperte allo spazio pubblico, quello dell’Agorà, ovvero della piazza, dell’assemblea, come accadeva nell’Atene del V secolo a.C, quando, a guidare gli incontri, era la forza del pensiero di tipo processuale.
Tale necessità, a dire il vero, attraversa molti scritti di Pasolini, in particolare quelli della stampa periodica. A un personaggio di “Orgia”, la sua prima tragedia, fa dire: “Qui dentro siamo in pochi, ma dentro di noi c’è Atene”, riferendosi proprio all’Agorà, considerato il secondo luogo assembleare dopo il teatro.
I curatori, nella introduzione, facendo riferimento a una intervista di Manlio Cancogni (19967) che gli chiedeva se conoscesse un esempio nella storia che si avvicinasse all’ideale di una civiltà che si autogoverna, Pasolini rispose con immediatezza: “La polis greca”, che, a suo avviso, permetteva non solo libertà di parola, ma anche di insegnamento, a personaggi come Socrate.
Lungo i secoli, l’Agorà si è alquanto estesa, dapprima coinvolgendo l’editoria, ritenuta il primo medium capace di interloquire con la realtà sociale, quella delle grandi testate giornalistiche che Pasolini seppe utilizzare per dare vita a quei dibattiti pubblici che ben conosciamo e che lo resero modello sia di Sciascia che di Testori, successivamente soppiantata dai mezzi televisivi e dal Web.
Anche il rapporto con l’Unesco vanta una sua storia particolare, dato che, prima che fosse adottata la Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Mondiale (1972), Pasolini aveva individuato in quella organizzazione lo strumento perfetto per poter tutelare le testimonianze di tutte le culture, ritenute marginali, che al contrario possedevano un loro valore eccelso.
Egli aveva fatto conoscenza di quelle orientali, sotto le vesti di documentarista, con “Le mura di Sama” (1971), girato nello Yemen e, come regista, sia quando gira il “Decameron”, sia “Medea”. In quelle occasioni, Pasolini si era rivolto direttamente all’Unesco perché venisse aiutato lo Yemen, dove aveva ambientato anche scene del suo lavoro cinematografico, fino a “Il fiore delle mille e una notte”. Anche su sua sollecitazione, nel 1972, avvenne la firma della Convenzione per la Protezione del Patrimonio Mondiale e Naturale.
Il volume contiene ben 27 interventi, attraverso i quali si ricava un ritratto insolito, è diviso in quattro parti: “Unesco”, “Marginalità dei luoghi”, “Giornalismo”, “Altre forme di comunicazione”, ed è arricchito da una particolare scelta iconografica, oltre che da una Appendice e da una accurata bibliografia, fatta dai curatori. Alcuni argomenti sono poco noti, come la stessa attività di giornalista che Pasolini, secondo lo studio di Cristina Battocletti, iniziò negli anni dell’Accademia e dello Stroligut. Veniamo, così, a conoscenza dei suoi esordi, a contatto del dialetto friulano, una specie di “Eden linguistico “, ben diverso da quello di Paolo Zorutti che non mostrava alcuna aspirazione per diventare lingua, come avverrà con Pasolini. Cristina Battocletti elenca le collaborazioni con le varie testate tra il 1944 e il 1949, dal “Setaccio” all’”Architrave”, da “Libertà” a “Il Mattino del Popolo, fino al “Messaggero Veneto”. Insomma, prima di arrivare al Corriere della Sera, Pasolini poteva vantare un lungo esercizio su altre testate, anche romane, come quelle del “Quotidiano”, “La libertà d’Italia”, “Il Popolo di Roma”. Un altro intervento da leggere è quello di Paolo Puppa su Pasolini Pedagogo.
“L’Agorà di Pasolini: appelli all’UNESCO, marginalità dei luoghi, giornalismo”, a cura di Stefano Casi, Gerardo Guccini; Matteo Paoletti, edizione a cura del Centro Stampa della Regione Emilia-Romagna, pp. 260, s.p.








