Perfino Numi ed Eroi parteciparono al dibattito tra classici e romantici. Per poi chiedersi: ma a che servono i miti greci?

(di Andrea Bisicchia) Pur laureato in scienze giuridiche e politiche, Giuseppe Moscatt è un germanista a tutti gli effetti, sia perché profondo conoscitore della Letteratura in lingua tedesca, sia perché ottimo traduttore, sia perché organizzatore di incontri e convegni Italo-tedeschi, l’ultimo dei quali dedicato a Karl Kraus, noto polemista, ma anche autore di teatro, di cui ricordiamo lo spettacolo monumentale di Luca Ronconi, “Gli ultimi giorni dell’umanità”.
Nel volume “Ironia e nostalgia nella Germania moderna”, edito da Morrone, Giuseppe Moscatt ci propone tre testi, inediti, o quasi, che ci hanno incuriosito, almeno due di questi, per l’uso del mito che viene fatto da autori come Goethe e Von Platen, in un momento in cui trionfava la polemica tra classicisti e romantici.
Di che cosa si tratta? In “Numi, Eroi e Wieland”, scritto nel 1773 da Goethe, due anni prima del “Giovane Werther”, ci si imbatte in uno dei problemi che, ancora oggi, riguarda il modo con cui e fino a che punto, i classici possano essere riscritti, rielaborati, deturpati o utilizzati per fini personali, magari per creare un dibattito, benché, questo utilizzo, abbia una lunga storia che risale al Rinascimento, con le riscritture di Machiavelli, Ariosto e Tasso, solo per citare i più noti, ai quali non si può disconoscere un atteggiamento di tipo filologico.
È durante il neoclassicismo che il fenomeno si riprodusse, in maniera del tutto diversa, nel senso che il ricorso al mito in qualche occasione serviva agli autori per abbattere certe mitologie moderne e creare un vero e proprio dibattito. Goethe, che di teatro se ne intendeva, a lui dobbiamo il “Wilhelm Meister” e “Ifigenia in Aulide”, non si sentì di accettare l’uso che Wieland, noto traduttore di Shakespeare, ottimo precettore (come dimenticare “Il Precettore” di Lenz?), uomo moderato e poco attratto dai fermenti che porteranno allo Sturm un Drang, ovvero al movimento che si oppose all’Illuminismo e al Classicismo, per rivalutare la potenza dell’irrazionale, all’uso si diceva che Wieland fece dell’”Alcesti” di Euripide, avendola trasformata in una commedia borghese, trattandosi, a suo avviso, di un conflitto familiare, in conseguenza dell’usura tipica di certe relazioni di coppia. Goethe, che credeva nell’originale di Euripide, scrisse una satira, con protagonisti presi in prestito dalla mitologia, come Mercurio, Caronte, Alcesti, Admeto, mischiati con personaggi attuali, come Il Letterato (Goethe), l’autore (Wieland), per potere esprimere le sue idee, in proposito, permettendo agli altri di rivendicare il proprio pensiero. In scena troviamo anche Euripide che si sente tradito da un “mediocre” scrittore, il quale, a sua volta, aveva definito mediocre proprio l’“Alcesti”, rivendicando la sua riscrittura, ritenuta più adatta ai tempi e ai gusti del pubblico, perché, diceva, sono cambiati persino le loro passioni, aggiungendo, quasi per giustificarsi, che era stato il sogno a guidarlo nella sua riscrittura. Sarà Ercole ad accusarlo di avere utilizzato la fantasia, oltre il limite, un avvertimento che si può leggere anche come un ammonimento contro tutti coloro che, in nome della fantasia, possono compiere degli obbrobri.
Sono in molti a giustificare le riscritture, perché, dicono, servono a capire l’oggi di ogni tempo. Anche Von Platen dette un contributo al dibattito con “Edipo romantico” scritto, alla maniera di Aristofane, per sottolineare la commistione tra commedia e tragedia, facendo ricorso all’arma dell’ironia, capace di rendere misurabile la polemica tra classici e romantici. Anche, in questo caso, il mito venne adattato a esigenze del tutto personali, con lo scopo di costruire una invettiva contro chi la pensava diversamente. Ad essere preso di mira è Carl Immermann che aveva trasformato l’Edipo in una tragedia familiare, per sottolineare il contesto diverso in cui viene rappresentata e la necessità di venire incontro al nuovo pubblico che, a volte, lo si usa per giustificare le proprie magagne.
Insomma, si parte dal mito per spiegare la propria quotidianità, anche se, a forza di trasgressioni, si finisce per porre la domanda di tutti i tempi: a che cosa servono i miti greci?
Giuseppe Moscatt, sempre con la sua traduzione, ci offre un gioiello di T. Mann, “Sulla strada che portava al cimitero” che, col mito, ha poco a che fare, se non sull’uso del concetto di “destino” che coinvolge il protagonista, dagli occhi pieni di rabbia e di dolore, come quelli di Medusa, considerato, per il suo modo di vestire, un porta iella, come Ciociaro della “Patente” di Pirandello, similitudine che, però, si stempera, nel carattere moralistico del racconto.
Il volume contiene una Prefazione di Giovanni Ghiselli, oltre che delle Note introduttive dell’autore.

Giuseppe Moscatt: “Ironia e nostalgia nella Germania moderna. Dalla caduta del mito alla melanconia dell’Io. W. Goethe (1773); A. Von Platen (1829); T. Mann (1901)”, Editore Morrone 2022, pp. 152, € 18.