Prometeo disubbidì a Zeus per amore dei mortali. E divenne il simbolo della ribellione contro la prepotenza e le dittature

Prometeo Incatenato_7052Chiara (1)MILANO, venerdì 11 marzo (di Paolo A. Paganini) Guardate il dio incatenato e doloroso, il nemico di Zeus, il detestato da tutti gli dei, perché amò i mortali oltre misura…”, dice Eschilo in “Prometeo incatenato”. Ammesso che il “Prometeo” sia di Eschilo (525-456 a. C.). Il “Prometeo”, infatti, fra l’ottantina di opere che il creatore della tragedia attica diede al teatro, è adombrato da alcune sconcertanti anomalie, che hanno fatto discutere alcuni studiosi. E hanno messo in dubbio la paternità dell’opera, anche se la maggioranza degli interventi critici propende per un “Prometeo” originale opera di Eschilo.
Tuttavia, il dubbio rimane (e personalmente me lo porto dentro fin dai remoti tempi del Liceo).
Eschilo, infatti, si era imposto, attraverso la Tragedia, di educare il popolo ai doveri verso gli Dei e verso lo Stato. Nei confronti dell'”umana tragedia”, tenne sempre alto il concetto di Giustizia divina, ancorché imperscrutabile, rispettando perfino il Fato, cieco e crudele. Sostenne che gli uomini sono dominati da una potenza superiore e misteriosa. Ch’è poi, in generale, il substrato di tutte le tragedie eschilee. Ammonisce, altresì di non fare il male, perché ogni cattiva azione ne produce altre. Con ciò sottintendendo il principio morale sulla responsabilità degli uomini nei loro atti.
Qui nasce la principale anomalia.
Zeus è dunque sacro e giusto, ma Prometeo lo considera un ingiusto tiranno e contro di lui si scaglia con indomabile irruenza. Ma ciò era contro le leggi morali di Eschilo. Inoltre questa tragedia sembra risentire più dei dibattiti politici e filosofici sulla natura e sull’evoluzione del genere umano, concetti tipici dei Sofisti, che però si diffusero solo dopo la morte di Eschilo. Il che farebbe pensare a manomissioni e interventi postumi e quindi non originali.
Ma veniamo al “Prometeo”, ora messo in scena al Litta da Pasquale Marrazzo, regista e autore di film e cortometraggi.
È la mitica storia del titano Prometeo, caduto in disgrazia divina, per aver donato il fuoco agli uomini, con ciò disubbidendo a Zeus. Ne subisce pertanto la collera. E gli dei Efesto e La Forza lo catturano e lo incatenano a una rupe, in una landa desolata della Scizia. Qui, secondo il testo eschileo, di fronte a uno statico e dolente Prometeo, si muovono altri personaggi divini, Oceano, Ermes, Io, il Coro delle Oceanine, che tentano di confortarlo e di dargli consigli per farsi perdonare da Zeus. Ma Prometeo, che ha il dono della preveggenza, possiede un segreto che lo salverà e che potrà segnare la disfatta di Zeus. Questi invia allora il dio Ermes per estorcergli il segreto. Intanto ha un dialogo con Io, alla quale predice che uno dei suoi discendenti (Eracle) lo libererà da quella terribile punizione…
Portatore non solo del fuoco, ma anche della luce e del progresso dell’umanità, Prometeo da oltre duemila anni è visto come un ribelle contro la prepotenza di Zeus e degli dei, e, per traslato, contro ogni dittatura. Il Romanticismo, e Goethe, lo considerarono un eroe, orgoglioso, indomito e ribelle, addirittura il fondatore del genere umano quale mediatore fra il cielo e la terra (discorso commemorativo di Shakespeare fatto da Goethe nel 1871).
Di tutto ciò ha fatto tesoro Pasquale Marrazzo, che in un’ora e dieci senza intervallo, toglie, con suggestiva irruenza, ogni staticità al contesto eschileo, animandolo in azioni sceniche di violenza (Efesto e La Forza) contro Prometeo, attenuandole con i successivi incontri di Ermes e soprattutto di Io, la quale incuriosisce con un suo innocente ma apprezzato nudo, più statuario che erotizzante.
Nell’insieme, si tratta di operazione con innegabili motivi di interesse, ma in una riduzione che dà un insoddisfacente senso di incompiutezza. Non credo che di più si potesse fare, specie dopo l’imponente allestimento di Ronconi del 2003. È dunque un paragone ingiusto. Qui, ora, c’è un’apprezzata tensione anche verso la sperimentazione, da un punto di vista scenografico (un fondale di alte liste lignee, a nascondere o a vibrare in percussioni sonori di tuono o d’incombenti minacce).
Bene dunque, con la solita riserva nei confronti del recitato, non sempre chiaramente intelligibile. Applausi finali con calorosa simpatia.

“Prometeo incatenato”, di Eschilo – adattamento e regia Pasquale Marrazzo – aiuto regia Luca Ligato – con Riccardo Buffonini, Pietro Pignatelli, Michele Radice, Désirée Giorgetti – scene Giovanna Angeli – costumi Lucia Lapolla.

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