Quando la scienza diventa poesia. E così Piero Lotito, dopo 5000 anni, fa rivivere l’uomo di ghiaccio trovato nel 1991

(di Paolo A. Paganini) Conosco la campagna perché, da bambino, ci andavo in vacanza, d’estate, con mia mamma, più di cinquant’anni fa. Quindi la conosco solo per modo di dire. Mio padre non aveva nemmeno questo privilegio. Lui amava la città, solo la città. Da bravo giornalista di cronaca, la sua vita stazionava tra caffè, Carabinieri e Tribunale. Basta.
Quindi grande è stata la mia sorpresa, quando scopersi, in Piero Lotito, giornalista e scrittore, non solo le conoscenze agresti e pastorali, ma anche un amore e un afflato poetico – non per sentito dire – ma vissuto da giovanissimo, in campagna, nella sua bella e numerosa famiglia, tra allevamenti di amatissimi cavalli e oche e caprette.
Conservare quei lontani momenti di fanciullesca libertà lo rende tuttora gioiosamente ispirato (v. il suo libro di giovanili ricordi anni Cinquanta, “Lo zio Aronne somigliava a Jean Gabin” – Edizioni Aires, 2022).
Ora, la sua bucolica passione per cavalli e animali da cortile l’ha spinto a un amatissimo salto di “soli” cinquemila anni fa, trasferendo il suo vissuto e il suo amore per la natura in un villaggio alpigiano altoatesino, dove, tra boschi, alte cime e prati innevati, nel 1991 è stato trovato, conservato nei ghiacci, “l’uomo di Similaun”, comunemente conosciuto come “Ötzi”, e divenuto, per appassionati e studiosi, una fonte inesauribile di informazioni su com’era la vita in quell’epoca primordiale.
Ora, Piero Lotito, nel romanzo “Di freccia e di gelo”, Mondadori 2024 (pp. 196, € 19), su quelle “inesauribili informazioni” scientifiche ha innestato i suoi preziosi e personali ricordi, adattandoli e ravvivandoli, né da storico né da scienziato, ma in un raffinato gioco di fantasia, che ha stupendamente il sapore della realtà. E della verità.
Da romanziere e cronista, Lotito illumina quell’immaginata cronaca plurisecolare con un inesauribile piacere di farla rivivere romanzandola.
Ed ecco dunque Ötzi, giovane cacciatore insieme con l’amato e burbero papà, a caccia di cervi, stambecchi e caprioli, mentre la mamma, nel recinto domestico, accudiva gli animali da cortile, trattava le pelli, dopo aver scuoiato capre e animali di caccia. E raccoglieva radici ed erbe medicinali e saporiti arbusti per profumati minestroni.
Ötzi imparò presto che la vita era da conquistare e la morte da accettare. Ma anche la vita era da accettare.
Dopo la tragica scomparsa del padre, dovette industriarsi per provvedere al sostentamento della famigliola. Ötzi era abile nell’adattarsi alla vita e alla vita pratica. Per esempio, un arco perfetto. Ötzi – impariamo anche noi qualcosa – lavorando con una selce affilata, ripulì e adattò un giovane ramo strappato dall’”albero della morte”, così chiamato a causa dei tossici veleni dei suoi frutti e delle sue intoccabili linfe.
Di capitolo in capitolo (che sono ben 27) scopriamo la vita di Ötzi, le esperienze, le avventure, le disgrazie, le imprudenze, gli incidenti.
E l’amicizia, l’amore e il sesso: anch’essi illuminata esemplarità di eterni valori, ieri come oggi. Ma anche la solitudine, dopo la morte anche della mamma.
Non solo i valori “buoni” accompagnavano le sue giornate di cacciatore ormai a tempo pieno, in quel suo villaggio di pastori e contadini. Doveva fare i conti anche con la loro ostilità, l’invidia, la diffidenza. E con i vecchi amici, ora anche sposi e padri, che gli avevano girate le spalle, ma che, per l’antico affetto, gli consigliavano di lasciare il villaggio…
Sì, quel povero corpo di fragili ossa e pelle incartapecorita, scoperto nel 1991, e conservato in un museo di Bolzano, in un sarcofago di ghiaccio e gelo, senza i quali diverrebbe soltanto fango, il suo scheletro sa ancora rivelare i muscoli, i nervi e le vene, ed è stato studiato, minuziosamente analizzato da scienziati e ricercatori. Si sa che è morto a 46 anni, che era alto un metro e cinquantasei centimetri, ma della sua vita, dei suoi sentimenti, delle sue abitudini non si sa niente. Ha provveduto Lotito, creando un mondo parallelo alla scienza, quello della fantasia, complementare ma non antagonista. Non vuole competere con il rigore di macchine di precisione e calcoli matematici. Sapiente e interessante uno, commovente ed entusiasmante l’altro. Soprattutto per servirsi della scienza e tramutarla – perché no? – in poesia.