(di Andrea Bisicchia) – Nella Collana “Biblioteca Aragno”, si possono leggere delle vere e proprie chicche riguardanti autori come Apollinaire, Artaud, De Quincey, Lawrence, si tratta di testi che si riferiscono a Conferenze o Saggi brevi.
Sulle pagine di questo giornale ci siamo occupati di “L’Esprit Nouveau” di Apollinaire, oggi ci occupiamo di “La bellezza malata” di David Lawrence, a cura di Giovanni Balducci, un saggio edito nel 1929, nel quale, l’autore di “L’Amante di Lady Chatterley”, si chiede se la pittura inglese fosse rimasta indietro rispetto a quella francese, caratterizzata da quel “Nuovo spirito” esaltato da Apollinaire.
Il saggio in questione è diviso in due parti, nella prima Lawrence si sofferma sulla qualità estetica della bellezza che, a suo avviso, si è “ammalata”, essendo diventata sempre più fragile ed essendo il riflesso di una condizione umana attraversata da continue vulnerabilità sia nel tessuto sociale che in quello politico. L’epoca Vittoriana era ormai al tramonto, si avvertiva una sorta di fallimento e di paura, dovuta, quest’ultima, alla diffusione della sifilide, sentimenti cha Lawrence cercava di portare alla luce attraverso la narrativa, così come G.B. Shaw aveva fatto col teatro.
Perché la bellezza si era ammalata? Forse perché aveva perso la sua purezza estetica, ed aveva scelto di andare incontro alla vita sociale con tutti i suoi problemi, tanto da rimanerne contaminata, finendo per non essere più oggetto di contemplazione. Sono anni in cui non è più la purezza che attrae, bensì l’inquietudine, la paura che sono tali da trasformare l’attrazione estetica in attrazione fisica. Come dire, non c’è più spazio per l’anima perché tutto gira attorno al corpo, tanto che non esistono più giudizi formali, essendo ogni cosa assoggettata alla esperienza fisica e visiva, specie se anche il corpo si ammala.
In una società in cui prevale la paura, non c’è più sicurezza dato che la paura investe persino il modo di pensare e di amare, anzi l’amore viene assoggettato ad un vero e proprio orrore per la vita sessuale, tanto che, a un certo punto, Lawrence sostiene che la poesia amorosa avesse perso la carne. Il tema della paura Lawrence lo fa risalire al Rinascimento, addirittura al teatro di Shakespeare, fino ad affermare che tragedie come Amleto, Macbeth, Otello siano costruite sulla paura: paura dell’incesto, paura del regicidio, paura dell’inganno e del tradimento. Per Lawrence, accanto ad una paura di carattere immaginativo, bisognava accostare un altro tipo di paura, quella della sifilide che imperversava nell’epoca vittoriana, la stessa che contribuiva a creare l’orrore per il sesso, proprio a causa della paura del contagio fino a contenere gli impulsi naturali.
Ed eccoci al dunque, ciò che lo scrittore scriveva nel suo saggio lo ritroviamo nei suoi romanzi, in particolare in “Donne innamorate” e in “L’amante di Lady Chatterley”, nei quali l’amore romantico è stato sostituito da un amore vitalistico, fatto di passioni estreme, nel quale si rispecchia il malessere della società del suo tempo.
Come doveva essere inteso l’amore di un guardiacaccia per una Lady? se non come bisogno di un equilibrio sociale, alimentato dagli istinti a lungo repressi? Leggendo “La bellezza malata”, continuavo a pensare a “L’amante di Lady Chatterley “, a quella percezione sensoriale che Lawrence cercava nella vita oltre che nell’opera d’arte, come avveniva, a suo avviso, nella pittura di Cezanne, argomento che occupa la seconda parte del volume, perché egli vedeva nella vita artistica del pittore una lotta per abbattere tutti i cliché legati alla composizione pittorica, anche se, non sempre, riuscì a distruggerli.
DAVID HERBERT LAWRENCE, “LA BELLEZZA MALATA”. NINO ARAGNO EDITORE ed. 2026; pp 60, € 15








