Roba da matti. E il “Gobbo buffone”, uccisa, ahilui, l’amata figlia, pazzo di dolore finisce in manicomio. Successo pieno

VENEZIA, giovedì 30 settembre ► (di Carla Maria Casanova) Resto sempre più dell’idea che l’opera lirica, il bieco melodramma ottocentesco, debba essere dato così com’è, con le sue grottesche incongruenze, i suoi insopportabili nonsense. È un genere datato ma insostituibile. Soprattutto, va ricordato che protagonista è il cantante. A volte, specie se i cantanti fanno un po’ difetto, certi allestimenti tradizionali oggi risultano intollerabili. Allora, per sveltire un po’ lo spettacolo, renderlo più piacevole e accettabile, è subentrato il regista. Con la conseguenza di aver dato la stura a una proliferazione di reali sconvolgimenti, ignobili libertà che con l’opera in questione non hanno più nulla da spartire.
Credo che tutto riposi in un fattore di intelligenza, umile intelligenza.
Visconti era immensamente intelligente oltre che coltissimo, Ronconi era immensamente intelligente, oltre che genialmente fantasioso. Carsen idem. E pochi altri. Costoro interpretano, ricostruiscono, con intelligente, fantasiosa umiltà. È operazione rischiosissima. Anche loro qualche errore l’hanno commesso.
Oggi, regista di punta oramai mondialmente riconosciuto è Damiano Michieletto.
A lui inventare la “ricostruzione” del Rigoletto di Verdi andato in scena ieri sera alla Fenice (già precedentemente varato ad Amsterdam). Michieletto ha pensato l’opera come un rivissuto di Rigoletto. E siccome la tragedia della sua vita è incontestabile (è lui che causa la morte della figlia, unico essere al mondo appassionatamente amato), il Gobbo buffone di corte, è impazzito di dolore. È dunque in un manicomio, da dove assiste come in un film alle fasi della vicenda.
Dato che questo dramma nell’opera si intuisce ma non si racconta visivamente, Michieletto ha inserito dei filmati abbastanza discreti che illustrano via via lo stato d’animo del Gobbo e i suoi ricordi, per esempio immagini di Gilda bambina, la quale figura anche in scena, come “controfigura” della ragazza.
Non so se le parole rendono l’idea. È una idea interessante e realisticamente accettabile. Michieletto è di quelli molto intelligenti e genialmente fantasiosi.
Le scene di Paolo Fantin e i costumi di Agostino Cavalca lo hanno ossequiato fornendo la corretta ambientazione. Lo spazio bianco di un nosocomio, la luce fredda, le molte sbarre, le pareti che si aprono in squarci per lasciar passare i personaggi, il coro con uomini che indossano una maschera riproducente il Duca, ossessione del Gobbo. E ancora, Gilda che appare con orsacchiotti e bambole che getta via, fanciullezza oramai rifiutata da lei, ma non dal padre ossessivo e geloso, che la vorrebbe sempre bambina. I coriandoli dorati spesso sparsi, emblema di quell’oro che, oltre al sesso e al piacere, domina la vicenda (“… vil razza dannata, a voi nulla per l’oro sconviene…”).
Insomma, tutto funziona e, ciò che è più importante, aderisce al testo e a una realtà inoppugnabile. Tutta l’opera è tenuta in una tensione a fior di pelle. Però, anche senza psicologici approfondimenti, quel “ah, la maledizione!” che percorre tutta l’opera verdiana, ne fa benissimo intendere la tragedia.
Voglio dire che l’opera basterebbe… ove ci sia un cast stellare. Qui il cast stellare non c’è. Però c’è un protagonista, Luca Salsi, di solito un po’ approssimativo (vedi anche un po’ rozzo) che si è superato, soprattutto nella recitazione davvero avvincente. È il baritono oggi più richiesto, aprirà anche la Scala con Macbeth. La sua voce possente è qui scatenata, a volte tonitruante, e con portamenti ad effetto (però al pubblico sono piaciuti moltissimo).
Del resto tutto il volume dell’esecuzione, dall’orchestra della Fenice diretta da Daniele Callegari ai cantanti, è risultato sopra le righe. Così il duca di Mantova di Ivan Ayon Rivas, la Gilda di Claudia Pavone, la Maddalena di Valeria Girardello.
Penso abbia inciso la platea ancora dimezzata a causa delle disposizioni Covid e quindi dimezzata anche la usuale massa assorbente del pubblico a sala colma. Comunque successo pieno. L’emozione ha colto nel segno. Ai registi intelligenti il merito.
Confesso, ad assistere a questo Rigoletto veneziano sono venuta attirata dal nome di Michieletto. Però, anche la vecchia, innocente, grottesca operaccia lirica, senza tante elucubrazioni, con il suo fascino inestinguibile, non buttiamola via!
Lo spettacolo avrà ben 7 repliche, con cast alterni: 1, 2, 3, 5, 7, 8, 9 ottobre.