“Rusalka” di Dvořák, tenera fiaba del folklore boemo, tra spiriti e ondine. Emma Dante ha ecceduto e addio magia

MILANO, mercoledì 7 giugno ► (di Carla Maria Casanova) – Rusalka, ultima delle undici opere del prolifico compositore ceco Antonín Dvořák, trionfalmente accolta al Teatro Nazionale di Praga il 31 marzo 1901, cui segui un successo internazionale, è approdata per la prima volta alla Scala ieri sera. Anche qui, successo. Sia pur non trionfale.
Rusalka, libretto di Jaroslav Kvapil, è una fiaba. In particolare, una fiaba d’acqua. Nasce e muore nelle profondità di un lago governato dallo spirito del vecchio Ondin e popolato da ninfe. Una di loro, Rusalka, si innamora di un principe appena scorto in una caccia. Ma l’amore tra una ninfa e un umano non funziona. A meno che uno dei due (in questo caso lei) non voglia scambiare la sua natura con quella dell’altro. Rusalka vuole provarci e, a costo di enormi difficoltà e sofferenze, ci riuscirà. Cioè, attraverso un incantesimo (e al prezzo di perdere la voce) riesce a diventare umana e a far innamorare di sé il principe tanto da farsi chiedere in sposa. Poi arriva la solita guastafeste. Una seduttrice umana dotata di voce e di promettenti attributi e si porta via il principe. Rusalka allora chiede a Ondin di tornare ninfa nelle sue acque, ma il trapasso non è più possibile. Finisce che il principe, redento, ci ripensa e la torna a cercare a costo della sua vita e i due muoiono insieme.
La storia non è nuova: diciamo pari pari il balletto Giselle e mille altre situazioni analoghe (finale, secondo me lieto, tipo Norma, scambiando il rogo con il lago). Qui la condizione irrinunciabile, almeno dal punto visivo, è che siamo nell’acqua. Si può fare. Tutto si può fare, in teatro. Non si è fatto. E ci è ancora andata bene, visto che la regìa è stata affidata a Emma Dante, la quale, estrosa finché si vuole, è tutto fuorché dotata di magìa. Se il primo impatto ci era parso insperabilmente fiabesco (un impianto diroccato di architettura gotica, tipica degli ambienti di fiabe, fai pure un po’ sinistre) subito qualcosa non ha quagliato. I colori. Domina il rosso. Costumi, passatoie, teli di aggressivo rosso acceso. E Rusalka vestita con ampie gonne rosa bonbon, allorché per una naiade ci si aspetterebbe una tunichetta o veli trasparenti o bianchi, azzurri, argento, magari verde tenue.
Rusalka arriva in scena su una carrozzella spinta da una sorta di elfo silvestre (bene), ma anziché la ipotetica coda di pesce (vedi la Sirenetta di Andersen) qui al posto delle gambe compaiono degli schifosi tentacoli da piovra che poi verranno staccati per dare a Rusalka corpo umano ma, peggio, serviranno da ripugnante pasto ad alcuni esseri diabolici (vedi La pelle di Malaparte). D’altronde, se prendi per regista Emma Dante, non ti puoi aspettare poi che trasporti in scena la struggente immagine galleggiante dell’Ofelia di Millais. Qui c’è pure una folla di mimi e danzatori che appesantiscono e confondono. È tutto tanto, troppo. Travisato. Il Principe è sulle tracce di una cerva bianca? e il palcoscenico si popola di cervi dai palchi giganteschi (rossi beninteso). Odino è spirito dell’acqua? Compare un truculento signore dalle unghie smisurate con cappellaccio e abito da cacciatore. Le Ondine hanno costumini da bagno, rossi beninteso, e improvvisano in una pozza d’acqua un mini balletto di sole gambe da show hollywoodiano alla Ester Williams.
Più riuscito il secondo atto, terreno, l’impressionante sipario rigurgitante di foglie (ha suscitato persino un abbozzo di applauso a scena aperta) e il salone da ballo molto Guerra e Pace.
Per la realizzazione del tutto si deve riconoscere la bravura del team Carmine Maringola scenografo, Vanessa Sannino costumista e Sandro Maria Campagna coreografo, i quali agiscono sulle indicazioni del regista. Quanto alle luci (Cristian Zucaro) ecco, con due proiezioni si sarebbe potuto creare lo sciabordio dell’acqua che non c’è stato. Domanda: a nessuno è venuta l’idea di affidare Rusalka a Robert Carsen?
Ma finito il vedere, anzi, anche prima, c’è il sentire. Rusalka è opera nazionale popolare, con l’onnipresente folklore boemo, le danze, i canti popolari. Dvořák era giunto al termine della sua fortunata attività artistica e anche (ma non lo poteva immaginare) della sua vita. Nato in Moldavia nel 1841, figlio di un macellaio, oste e suonatore di zither, il ragazzo Dvořák, frequenta la Scuola d’Organo di Praga dove studia armonia, fuga e contrappunto. Conosce musicisti del suo tempo: Liszt, Bülow, Clara Schumann, Smetana. Compone. Nel 1873 sposa la sua allieva Anna Cermáková che gli darà nove figli e con la quale festeggerà le nozze d’argento. Dopo lo struggente dolore della morte dei primi 3 figli, avrà una vita felice ottenendo riconoscimenti e successi internazionali. Passa anni negli Stati Uniti, nominato direttore del National Conservatory di New York. Torna in patria, è direttore del Conservatorio di Praga. Muore nel 1903, forse per trombosi cerebrale I suoi funerali sono seguiti da una folla immensa.
Questo, l’autore.
Rusalka è opera felice, tre ore di musica senza perdere un attimo di tensione, un susseguirsi di pagine brillanti, vorticose, di ballate popolari che esprimono anche l’attaccamento alla terra e alle antiche tradizioni nazionali, particolare che accese subito nel pubblico l’orgoglio nazionalistico che si stava risvegliando in quegli anni in terra boema. E c’è anche quel messaggio positivo dell’amore che può tutto (o quasi). Se nell’opera il canto ha una forte connotazione, il flusso della musica sinfonica continua interrompendosi raramente per brani che possono essere considerati pezzi chiusi (vedi l’aria del soprano “Piccola luna, così alta nel cielo”). Wagner? Sì, inevitabilmente è presente, ma lo spirito è diverso. Se l’ondina Rusalka assomiglia alla Valkiria Brunilde, è solo per il rifiuto di appartenenza alla natura di semidea.
Rusalka alla Scala ha un cast rigorosamente di esperti. Il giovane maestro ceco Tomáš Hanus ha diretto l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala con fervore, pur senza eccessiva magìa. Diciamo “alla Dante”.
Non conosciamo (almeno, non li conosco io) gli interpreti vocali, che sono notevoli, dalla protagonista, soprano Olga Bezsmertna (ucraina apparsa alla ribalta avvolta dalla bandiera giallo/blu); al principe, tenore russo Dmitry Korchak (niente bandiera per carità!); alla seduttrice soprano Elena Guseva; allo spirito delle acque, favoloso basso coreano Jongmin Park (applauditissimo); alla strega Jezibaba, mezzosoprano Okka von der Damerau. Un cast adeguato e giustamente salutato da totale consenso.

Rusalka, due intervalli, finisce alle ore 23,30. Repliche il 9, 13, 16, 19, 22 giugno.