Sballate tutte le previsioni. Vince Ken il Rosso, Ken “vecchia maniera”. Altro che mode, mercato e opinione pubblica!

Ken Loach

L’ottantenne regista Ken Loach, da sempre dalla parte dei più deboli

CANNES, lunedì 23 maggio ► (di Marisa Marzelli) Colpisce l’assoluto scollamento tra le previsioni della stampa internazionale e il Palmarès di Cannes 2016. I critici ci sono rimasti malissimo. Inutile ripetere che una giuria diversa avrebbe deliberato diversamente, che nell’assegnazione dei premi giocano sempre equilibri e compromessi.
La Palma d’oro a Ken Loach è netta e trascende qualsiasi sottile disquisizione. Ken il Rosso (80 anni e sempre battagliero a difesa degli umili, dei perdenti) lo conosciamo da 50 anni, dai tempi del Free Cinema inglese e del suo indimenticato Poor Cow (1967). È un habitué di Cannes, dove ha già vinto la Palma d’oro dieci anni fa con Il vento che accarezza l’erba, sulla guerra civile irlandese, e numerosi altri trofei. Questo nuovo I, Daniel Blake tratta uno dei suoi temi ricorrenti, le difficoltà della workingclass in una società liberista, stavolta vittima di una burocrazia disumanizzante.
Proprio nessuno l’aveva inserito tra i possibili vincitori, perché il cinema di Loach ormai è considerato “vecchio” da una critica che s’infiamma per la minima innovazione formale (vera o presunta) ma resta indifferente, anzi infastidita, dall’attenzione a valori umani normali. Ken Loach è uno dei grandi del cinema, ma alla vecchia maniera, sempre fedele alle proprie idee, a contenuti importanti. Un po’ come Woody Allen (anche lui 80enne, che sforna un film all’anno e stavolta, di nuovo, ha inaugurato Cannes fuori concorso).
Invece la stampa di oggi va di fretta, tutti a inseguire gli spacchi vertiginosi dei vestiti delle dive sulla Montée des marches più che ad analizzare i film. Perché così si ritiene vogliano l’opinione pubblica, il mercato. In questo senso anche il Festival di Cannes è “vecchio”, presenta il meglio del cinema mondiale e – se trova una giuria in sintonia, non dimentichiamo che il presidente era George Miller, anche lui 80 anni, medico e regista, che fa un cinema molto diverso da quello di Ken Loach ma sempre con un’anima – non si lascia abbagliare o distrarre dalle mode.
Il resto del Palmarès ha probabilmente risposto a logiche diverse, ma anche qui la critica non ha azzeccato quali sarebbero state. Juste la fin du monde, del 27enne enfant prodige canadese Xavier Dolan, ha ottenuto il secondo riconoscimento in ordine di prestigio, il Grand Prix della Giuria. Tra le sue mission, il Festival di Cannes ha quella (quando ci riesce) di lanciare e sostenere i veri nuovi talenti. Dolan aveva vinto il Premio della Giuria nel 2014 con il ciclone Mommy. Stavolta la stampa l’ha stroncato, ma Cannes ritiene di continuare a sostenerlo.
Contestato anche il Premio della Regia: andato ex-aequo a Baccalauréat del rumeno Christian Mungiu (erano in gara due film rumeni e Cannes sostiene la visibilità di questa cinematografia marginale) e a Personal Shopper del francese Olivier Assayas, sonoramente fischiato. Assayas a volte intercetta gli umori della critica, altre volte no. Ma è tradizione che i padroni di casa escano da Cannes con qualche premio (in gara c’erano quattro film francesi). Forse quella di Assayas non è stata la scelta più felice, ma la lobby intellettuale dei critici nazionali andava in qualche modo blandita.
Un’altra cinematografia cara a Cannes è quella iraniana e così The Client di Asghar Farhadi si è portato a casa sia il Premio della Miglior Sceneggiatura che quello per il Migliore Attore (Shahab Hosseini).
Il Premio per la Migliore Attrice è andato a Jaclyn Jose per Ma’ Rosa di Brillante Mendoza. Costui è un regista filippino già vincitore della Migliore Regia nel 2009. È uno di quegli autori venuti da lontano che Cannes si coltiva negli anni.
È evidente che attori occidentali, noti al pubblico, avrebbero avuto più consensi se premiati (Isabelle Huppert, ad esempio), ma la logica cannense è sempre attenta anche alle diverse provenienze. Infine, il Premio della Giuria è toccato alla commedia on the road American Honey della britannica Andrea Arnold.
Grande assente dal Palmarès Almodovar con Julieta. A don Pedro, prima o poi la Palma dovranno darla, se non altro come omaggio ad una grande carriera. Ma tra i barocchismi spagnoli e il razionalismo francese è questione di sottile incompatibilità.
E adesso, vincitori e vinti affronteranno il giudizio del pubblico. Un premio a Cannes non è più automaticamente successo garantito. Staremo a vedere.