SCALA. “Scellerata” fama di “L’opera seria”, settecentesca composizione del maestro di Salieri. Da non perdere!

MILANO, domenica 30 marzo ► (di Carla Maria Casanova)

“L’opera seria” di Florian Leopold Gassmann (1729.1774), compositore di successo, maestro di cappella dell’Opera di Vienna e maestro di Antonio Salieri, è una commedia per musica su libretto di Calzabigi, andata in scena ieri sera alla Scala in prima assoluta.  Ci resterà ancora per 4 repliche: 1, 3, 6, 9 aprile. Domenica 6 aprile, matinée ore 14,30, termina alle 18.
Da non perdere assolutamente. Nonostante sia stata preceduta da una scellerata fama (“Cos’è, un’opera moderna? Scritta da Gassman? Vittorio? Da suo figlio? So che dura quattro ore!!!!”) sono tre ore e 30 minuti (non quattro) di godimento integrale. L’ultimo atto poi (25 minuti), inaspettatamente ambientato in una giungla salgariana con tanto di elefante e portantina, tutto sotto una coltre di neve, offre spunti di travolgente comicità. Merito grande va all’allestimento prodotto da Laurent Pelly, regista e costumista fantasioso fornito di poliedrica cultura e personale raffinato senso dell’umorismo.
È da alcuni anni che La Scala propone in ogni stagione un’opera delle radici del melodramma italiano (Cavalli, Vinci, Cesti) e si tratta sempre di scoperte interessanti.
Era fatale che il melodramma, nella sua pomposa magniloquenza e i virtuosismi dei suoi inarrivabili interpreti, di patetica sontuosità, subissero prima o poi gli sberleffi della satira. È il “Teatro alla moda” di Benedetto Marcello (1720) che dà il via a questa irriverente produzione di opere buffe. Più avanti, con il verismo, si finirà per fare sul serio, ed ecco le atrocità di Pagliacci e consimili trame (tra l’altro prese da fatti di cronaca). Nel Settecento si tratta di innocenti (?) piccole satire.
L’opera seria di Gassmann racconta la solita schermaglia tra cantanti, musicista e impresario a proposito di una nuova opera che dovrà andare in scena. Gli accordi tardano a manifestarsi. Anzi, diventano fieri battibecchi. Quando finalmente lo spettacolo pare pronto, è il disastro: le scene precipitano sugli interpreti, l’impresario fugge con la cassa, nei camerini intervengono le onnipresenti madri delle cantanti. Il finale si conclude con il plebiscito di boicottare per sempre gli impresari.
Come si sa, a teatro e altrove, è più facile far piangere che ridere. Qui è un delirio di assurdità così ben congeniate da non lasciar tregua. In scena, sono i dettagli che contano, i piccoli gesti, vedi la mano dell’impresario che frena il nervoso tremito del ginocchio di un cantante che non sa frenare la sua agitazione. Già sono irresistibili i mimi in calzamaglia nera che serpeggiano per il palcoscenico correndo goffamente nel preparare l’assetto della scena, per portare una sedia o consegnare una lancia. Per non citare il balletto dell’ultimo atto, tutti uomini (vedi la celebre compagnia Les Ballets Trockadero de Monte Carlo) in leggiadri costumi bianchi, impegnati in improbabili evoluzioni, fino alla parodia del pas de quattre del Lago dei cigni.
Nel pubblico c’è chi ride a gola spiegata. Ma attenzione: è tutta alta professionalità, raggiunta con stile impeccabile, gusto e cultura teatrale, precisione e senso dell’azione, surrealismo e poesia.
Agli interpreti, specialisti del genere, si chiedono virtuosismi vocali di grande impegno e naturali doti sceniche. Gli esecutori dei ruoli insensati (Fallito, Delirio, Sospiro, Stornello, la Stonatrilla, la Smorfiosa, la Porporina…) al secolo sono Pietro Spagnoli, Mattia Olivieri, Giovanni Sala, Josh Lovell (nella foto), Julie Fucs, Andrea Carroll, Serena Gamberoni. Il direttore è il cavaliere della Legion d’Onore Christophe Rousset, clavicembalista di fama internazionale, fondatore dell’ensemble Les Talens Lyriques che qui guida con gli strumenti storici dell’Orchestra della Scala. Le irresistibili coreografie sono inventate da Lionel Hoche. Le scene di Massimo Troncanetti.
Spero di non aver dimenticato nessuno. Importante è aver convinto il lettore a non perdere questo spettacolo.