Scontroso, intrattabile. Beethoven, il divino sordo che seppe dare forma immortale alle armonie gridate nella sua anima

Tutto il mondo celebra il titano della musica nei 250 anni dalla nascita (1770-1827). Il celeberrimo “Inno alla gioia”, dall’ultimo movimento della Nona sinfonia, giustamente è stato scelto come Inno d’Europa. Ora è uscito anche un imperdibile libro/CD.

(di Giorgio Ferrari) «Scaturita dall’entusiasmo, inseguo la forma con passione, la raggiungo, la vedo fuggire ancora e scomparire nel tumulto di emozioni diverse. La riafferro presto, con ardore rinnovato, non posso più separarmi da lei. Durante una rapida estasi, la sviluppo in tutte le modulazioni e, infine, trionfo sull’originario pensiero musicale. Ecco una sinfonia».
Irascibile, indomabile, collerico, rozzo, perverso al punto di oltraggiare se stesso per ricavarne un ammirato sdegno da parte dell’incolpevole visitatore, sprezzante, iracondo, afflitto – oltre che da una crudelissima sordità – da un disagio esistenziale che lo allontanava dal mondo, dalle cose, dagli uomini, dalla realtà, Ludwig van Beethoven aveva spazzato via, con un furore raggelante dissimulato dalla invincibile predisposizione alla bellezza l’universo ormai cristallizzato del classicismo viennese, quello di Mozart e di Haydn, che pure erano stati i suoi modelli originari.
Nato per varcare la soglia dei tempi, si appoggiava a un titanismo autoreferenziale destinato a rivolgersi non tanto a un committente, a un pubblico di teatro, a un salotto mondano, quanto all’umanità intera. Esattamente come Immanuel Kant, del quale fece proprio un pensiero della parte conclusiva della Critica della Ragion Pratica: Der bestirnte Himmel über mir, und das moralische Gesetz in mir, Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
La sordità, dapprima negata e celata agli amici e ai conoscenti, lo aveva avvolto in uno straziante abbraccio, fino a quando, era il 1802, scrisse dalla piccola dimora di Heiligenstadt una lettera ai fratelli Kaspar Karl e Nikolaus Johann. Non la spedì mai, ma era il suo testamento morale. Nel quale respinse quella raffica di giudizi: feindselig, störrisch oder misantropisch – astioso, scontroso o misantropo – che gli si soleva attribuire. Rivendicava viceversa un titanismo che superava la vergogna di dover gridare: Ich bin taub, io sono sordo!, per rivolgersi alla missione che aveva compreso di dover completare ad ogni costo: «aver compiuto tutto quello per cui sentivo di esser stato creato».
È in quell’anno che il trentaduenne Beethoven inizia a comporre la Terza sinfonia. Sul proscenio d’Europa giganteggia una figura, una sola, quella di Napoleone. Bonaparte incarnava lo spirito di quella rivoluzione che aveva cambiato i connotati d’Europa. Beethoven lo vide come un liberatore eroico. Scrisse pesando a lui quella sinfonia in Mi bemolle maggiore, gliela dedicò espressamente sul manoscritto. Una composizione magistrale, nuova, anzi nuovissima, inconcepibile, inaudita. Che non piacque, appunto. Perché le orecchie sorde non erano quelle di Beethoven, ma del pubblico avvezzo a un mosaico di armonie consolatorie, che la Terza sinfonia abbandonava, per spingersi oltre, più oltre.
Lo spirito di Napoleone s’insediava in filigrana fra le note ardimentose quell’opera che travisava ogni schema, dominandola. Bonaparte era un dio terreno.
Hegel lo aveva visto sfilare a Jena alla testa delle truppe e ne era rimasto folgorato. Tanto da lasciar scritto in una lettera: «Ho visto l’Imperatore – diese Weltseele, quest’anima del mondocavalcare attraverso la città per andare in ricognizione: è davvero un sentimento meraviglioso la vista di un tale individuo che, concentrato in un punto, seduto su di un cavallo, abbraccia il mondo e lo domina». Così pure Stendhal, che dopo la battaglia di Jena aveva seguito metodicamente la Grande Armée fino alla Campagna di Russia, subì a tal punto la fascinazione del grande condottiero da immortalarlo nei profili letterari di Fabrizio Del Dongo e di Julien Sorel. Oltre a fornirci – come farà Tolstoj in Guerra e Pace con la battaglia di Borodino – una vivida cronaca della battaglia di Waterloo (cui tuttavia non partecipò) ricavata dalla sua personale esperienza sul campo al seguito dell’imperatore. È la medesima folgorazione che colpì Beethoven, che gli dedica la Terza, che chiama “Sinfonia Grande intitolata Bonaparte”. Salvo poi ripudiarlo, cancellando a forza quella dedica strinando la pagina del manoscritto dopo che il visionario, il rivoluzionario, il titanico Napoleone si era proclamato imperatore.
Nondimeno Napoleone per Beethoven non cessava d’essere un’ossessione. La Terza aveva cambiato nome, si chiamava Eroica, ma il fantasma dell’imperatore continuava a popolarla. Da quella sinfonia, che all’epoca si giudicò “troppo lunga, elaborata, incomprensibile e troppo rumorosa”, trapela più d’ogni cosa il furore. Lo stesso furore che anima la sensibilità di Simone Toni, che in questo libro-Cd Eroica, Beethoven e Bonaparte, Uno sguardo critico su un legame ideale”, pubblicato da Fornasetti (€ 29), esplora l’anima beethoveniana alla guida di Silete Venti! – l’orchestra con cui già ha fornito svariate prove di furiosa passione, dal Don Giovanni mozartiano (sempre edito da Fornasetti) allo Stabat Mater di Pergolesi (La Bottega Discantica), entrambi del 2016 – dove il gesto prometeico di Toni si fonde in uno straripante omaggio a Beethoven e a quei suoni che all’epoca della prima esecuzione privata nel palazzo viennese dei Lobkowitz del 9 giugno 1804 già non poteva più udire.
«Per quaranta minuti – scrive Simone Toni nel vasto apparato critico che allinea testi a cura di Luigi Mascilli, Quirino Principe e Armando Torno – la sinfonia grande ti prende in una morsa e ti stringe fino a toglierti il respiro e il senno». Un’osmosi irrevocabile, un furore per il furore, l’unica via che il direttore ha ritenuto concepibile per aggirarsi nella fittissima selva di indicazioni dinamiche di cui Beethoven aveva popolato il manoscritto dell’Eroica, che Toni rianima con un organico di 28 strumentisti in scrupoloso quasi ossessivo filologismo. La sinfonia è preceduta – e non per caso – dall’Ouverture del balletto di Salvatore Viganò Le creature di Prometeo, nel cui rondò si riconosce il tema con variazioni del Finale dell’Eroica. Troppo scontato forse immaginare Simone Toni che prometeicamente trafuga dall’Elysium schilleriano il suono autentico e dimenticato della Terza Sinfonia di Ludwig van Beethoven per ridonarlo all’ascoltatore. Ma un po’ è davvero così. Basta ascoltarla, basta assorbire quel fuoco inestinguibile per rendersene conto.