SPECIALE TEATRO 1) Smontata la grammatica cechoviana del Gabbiano in uno stupefacente allestimento lituano

3.8.16 collage gabbianoVENEZIA, mercoledì 3 agosto ► (di Paolo A. Paganini) Non c’è più la divisione dell’atto in scene, le pause sono pregnanti di attese ed esasperanti vigilie, gli stati d’animo? Simboli del tormento, della sofferenza, dell’amore frustrato. Per farla breve, “Il gabbiano” di Cechov, clamoroso insuccesso a Pietoburgo, alla prima del 1896 (si rifarà subito dopo a Mosca, tanto da venire replicato per cinque stagioni di seguito) è il primo esemplare lavoro del drammaturgo russo dove vengono adottati i suoi nuovi procedimenti stilistici.
Le pause e i simboli, strumenti esemplari delle sue rivoluzionarie tecniche, sono fondamentali. E bisogna decriptarle se si vuole entrare nell’intimo di quest’opera meravigliosa. Lo stesso titolo è un simbolo, dove è evidente l’identificazione di Nina e di Treplev, del loro volo dalle ali spezzate di attrice e di scrittore. E quel teatrino, allestito nella tenuta estiva di campagna, che doveva diventare simbolo di una vita ideale di successi, di esaltanti passioni, in una perenne illusione di felicità, diventerà il simbolo spettrale delle speranze deluse.
Cechov la definì una commedia. I toni di una fatua comicità non mancano, ma non sono essenziali, perché le atmosfere sono quelle del dramma, e la tragedia è perennemente sospesa nell’aria, fino alla terribile apoteosi finale, quando è in corso un’allegra e stordita partita a tombola, e a parte si svolge il controcanto dell’ultimo incontro tra Nina e Treplev. Lui le dichiara ancora una volta il suo amore, ma lei ama lo scrittore di successo Trigorin, che da lui è stata goduta umiliata e offesa. Ma l’amore di una donna è talvolta imperscrutabile. E Treplev non sopporterà quest’ultima delusione. Il gabbiano conclude il suo volo.
3.8.16 Nina (Agnieska Ravdo)Siamo entrati subito nei meccanismi del capolavoro cechoviano, nei suoi gangli pulsanti, che si fanno via via passioni che urlano, carni che fremono di violenze incontenibili, di abbracci che diventano rivelazioni di morte, perché l’allestimento che la compagnia lituana diretta da Oskaras Koršunovas ha rappresentato in prima italiana al Teatro alle Tese, all’Arsenale veneziano, nell’ambito della Biennale Teatro 2016, è stato uno stupefacente sforzo di analisi cechoviana, esasperata, anatomizzata, vivisezionata, in un gioco interpretativo di altissime emozioni, con una generosità interpretativa fino alla violenza, fino allo spasimo, fino ai limiti della sopportazione. Febbrile e giocoso, recita il comunicato della compagnia. Giusto.
Da sottolineare: la mess’in scena di teatro nel teatro, con l’interpretazione di Nina nel teatrino estivo di campagna, debutto drammaturgico di Treplev che tentava nuove strade espressive, e viene accolto da ghignate e dileggi: da brividi.
E, ancora, l’incontro riconciliante tra il giovane incompreso autore e la madre Irina, attrice di successo: altra scena di stupefacente bravura. Un eserciziario di altissima professionalità. Per la prima volta si assiste in teatro a un simile climax di violenza in un così ristretto grumo di sensazioni, dalla tenerezza alla rivelazione dei sentimenti perduti, dalle carezze alla flagellazione dei corpi e delle anime: da non dimenticare.
E così, di scena in scena, sempre a vista, tutti lì, come interpreti o come testimoni, in un alternarsi di luci e ombre, di drammatica ironia e di tormenti negli abissi dell’anima umana, i dieci magnifici interpreti hanno semplicemente entusiasmato, senza riserve, il pubblico dell’Arsenale. Almeno citeremo: Martynas Nedzinskas (Treplev), Nelè Savičenko (Irina), Agnieška Ravdo (Nina), Darius Gumauskas (Trigorin), e poi Darius Meškauskas, Rasa Samuolyté, e tutti gli alttri. Tutti da encomiare.
Applausi entusiastici alla fine per tutti.