Strepitoso successo di “Giulio Cesare. Stratosferiche le arie di Händel”. Ma non mitizziamo il casto bagno di Cleopatra

MILANO, sabato 19 ottobre ► (di Carla Maria Casanova) Ieri sera, alla Scala, le belle quattro oracce del “Giulio Cesare in Egitto” di Georg Friedrich Händel (un intervallo) hanno sortito un successo che oso definire insospettato. Oso anche pensare che tale entusiasmo (già anticipato dagli applausi nutritissimi nel corso dello spettacolo) tenga soprattutto alla scena del bagno di Cleopatra, in una vasca debordante di sapone schiuma e con finale di lei avvolta in telo bianco, dal quale alla fine lei si srotola fuori, mentre esce di scena.
Scena castissima. Ma, si sa com’è, la fantasia corre e gli spettatori italiani di fantasia ne hanno tanta.
Non so come spiegarmi altrimenti, nonostante la pregevolissima esecuzione del tutto, questo successo dirompente, quando già nel secondo atto molti palchi si erano svuotati (e non sapevano cosa perdevano!).
Venendo al sodo: Händel ha prodotto una quantità di opere travolgenti: Alcina, Rinaldo, Rodelinda, Agripppina, Ariodante, Semele… con arie stratosferiche che esigono cantanti di altissimo virtuosismo (vedi Joan Sutherland e Marilyn Horne). Giulio Cesare, altro caposaldo dell’opera barocca, ha tessitura abbastanza uniforme e un andamento orchestrale che, dall’inizio alla fine, è un susseguirsi di recitativi ed arie (soprattutto recitativi, con una messe ingente di daccapo). Sempre grande musica, d’accordo. Però. L’opera (Londra 1724) ambientata in epoca storica tra Romani ed Egizi, si svolge con episodi e colpi di scena talmente complicati che in Inghilterra durante le rappresentazioni fu introdotto l’uso di lasciare accese le luci in sala o di distribuire al pubblico delle candele perché potesse seguire la trama del libretto. Alla Scala, come oramai in quasi tutti i teatri d’opera, il testo è riprodotto su display con traduzione simultanea, quindi il problema di comprensione non c’è. E comunque sia, lo stile melodrammatico caro al tempo, con intreccio di amore e gelosia, politica ed eroismo, vendetta e desiderio di gloria renderebbe l’intreccio intuibile. Ma anche quando non lo fosse, la vicenda non interessa a nessuno. Impossibile prendere parte a checchessia, nel barocco (come, mi sia concesso, anche in quasi tutto Mozart). Si ascolta la musica, e tanto basti. Nel barocco c’è un deterrente: la mania della filologia ha fatto tornare l’impiego dei castrati. Non nel senso fisico per carità. I castrati sono stati vivaddio sostituiti dai controtenori. Riprodurre le opere il più possibile in versione “originale” è naturalmente apprezzabile però, se nel vasto mondo l’uso è stato introdotto da tempo, l’italico orecchio stenta ancora ad accettarlo. Continua a suonare “falso”, vedi disturbante. Arriva in scena un omaccione con barba nera e quando apre la bocca fuoriesce una vocetta fessa del tutto innaturale. Nelle scene d’amore è francamente fastidioso. Amen.
Nel Giulio Cesare i controtenori sono 4 (su 6 interpreti maschili) cioè tutti i ruoli maschili principali. Più due donne, che donne restano: soprano e contralto. In questa produzione scaligera il cast è tutto di primordine. La parte del leone, nonostante il titolo, è di Cleopatra, soprano. Ruolo fatale che creò scompigli. Nella precedente edizione scaligera (1956) fu fatale per Virginia Zeani, quando scoppiò l’amore tra lei e Rossi Lemeni (e pensare che nei panni di Sesto c’era Franco Corelli!). E fatale fu nel 1963, nel film di Mankiewicz, per Elizabeth Taylor, folgorata da Richard Burton.
Ieri alla Scala per Danielle De Niese (mi dicono felicemente coniugata con il padrone del Festival di Glyndebourne) nessuna attrazione fatale fuori campo. Il soprano, di origini dello SriLanka, ha iniziato a cantare giovanissima e subito nei grandi teatri, a cominciare dal Metropolitan. È una bella donna. La linea di canto è pregevole, il timbro di voce meno (dizione quasi incomprensibile) ma gli occhi ardenti e la versatilità scenica le hanno permesso di fare di Cleopatra un suo cavallo di battaglia. Di particolare impatto la struggente aria (forse l’unica dell’opera veramente popolare) “Piangerò la sorte mia”. Del bagno si è detto. L’altro ruolo femminile, Cornelia, è interpretato da Sara Mingardo, contralto, specialista del repertorio barocco. Qui il colore vocale è splendido, uniforme, con accento di grande forza drammatica (ma il ruolo non esige ahimè alcuna aria di seduzione). Nei panni di Cesare, Beyun Mehta, controtenore (nessuna parentela con il direttore). Formidabile interprete, sicurissimo sia sul versante vocale che interpretativo. E con lui Philippe Jaroussky (Sesto, figlio quindicenne di Cornelia) il quale ha dovuto confrontarsi con il personaggio quasi adolescenziale. È questo uno dei limiti dell’opera lirica (quando la cinquantenne Marilyn Horne vestiva i panni di Arsace, figlioletto di Semiramide-Caballé, c’era qualcosa di grottesco…). Jaroussky ha 41 anni, ma il ragazzino scattante lo sa ancora fare, e qui la vocetta acuta di controtenore aiuta la sua credibilità. Il controtenore Christophe Dumaux, Tolomeo, è invece un omone minaccioso ma al personaggio bieco e malvagio il timbro ambiguo si addice. Renato Dolcini e Christian Senn (baritoni) sono i cantanti con voce naturale, entrambi di consumata esperienza nel repertorio barocco.
Specialista di inattaccabile esperienza è il direttore, Giovanni Antonini, milanese, fondatore del complesso barocco “Il giardino armonico” e del progetto “Haydn 2032” (con il quale intende incidere tutte le sinfonie di Haydn entro il ’32, 300mo anniversario della nascita del compositore). L’opera è eseguita dall’Orchestra della Scala su strumenti storici. Dare giudizi su Antonini è superfluo o ingenuo (a me è parso un po’ lento) quindi è meglio che io passi oltre.
Veniamo allo spettacolo, punto fondamentale per il successo della serata. Ne è l’autore Robert Carsen, con scene e costumi di Gideon Davey. Carsen è un genio della regia, come fu Luca Ronconi. Di quelli pieni di idee. Audaci. Intelligenti. Anche Carsen ha “il pallino” dell’attualizzazione (Ronconi fu il primo). Certe opere, altrimenti, non sarebbero più digeribili. Qui siamo in Egitto ai tempi nostri. Soldati con mitra e casco. Li vediamo ogni giorno in tv negli orribili conflitti del Medio Oriente. Protagonista è il deserto. Orizzonti piatti sconfinati. Sabbia. Emiri con la kefiah. Poi lunghi bassi divani. Una intromissione smaccatamente promozionale: le buste di Fendi con i regali per gli arabi (Fendi fu il primo sponsor portato in scena, da Ken Russel, con la sfilata delle pellicce nella Bohème, a Macerata, tanti anni fa). Poi, da Carsen, colpo di genio assoluto: il bagno di Cleopatra!!! (forse è stata questa scena che ha fatto rinunciare al ruolo la tanto annunciata Cecilia Bartoli…). Ah, Carsen malandrino: ne sa una più del diavolo.

Teatro alla Scala- Giulio Cesare in Egitto di Georg Friederich Handel repliche 21, 23, 25, 28, 31 ottobre, 2 novembre. Inizia alle 19.30, termina alle 23,30