Tanti bla bla bla e banalità quotidiane. In scena allo Studio una “tragedia” tutta da ridere. Ma che altro ci si può fare?

Un particolare di “Edificio 3” nel novembre scorso, quado provarono, in pieno Covid, sul sagrato del Teatro Strehler

MILANO, domenica 3 ottobre ► (di Paolo A. Paganini) In un’intervista all’argentino Claudio Tolcachir, autore di “Edificio 3”, ora in scena al Teatro Studio dopo la coatta interruzione iniziale dello scorso novembre, è stato chiesto quale fosse il suo metodo di lavoro:
Quando sento la necessità di creare un testo (…), per un lungo periodo annoto frasi, fisso immagini, pensieri, situazioni, sulla carta, oppure mandandomi messaggini con il telefonino. Trascorro mesi impegnato in questo lavoro di raccolta, mettendo insieme le tessere del mosaico…” (dal programma di sala di “Edificio 3”).
Più che un mosaico, il risultato, alla prima, ci è parso una composizione dodecafonica, un concerto polifonico di voci, ciascuna delle quali ha da dire la sua, in un ufficio dove vengono costruiti i caratteri di tre impiegati (più due presenze di ragazzi, più iconici che operativi). Tutti senza fisse incombenze, ma con molte complesse problematiche esistenziali, che non hanno niente a che vedere con il lavoro.
E quale sia il loro effettivo lavoro, nessuno lo sa. Forse contabili, catalogatori, studiosi di statistiche, chissà. Hanno tutt’altro per la testa: rapporti di relazione fuori ufficio, intricate e misteriose storie sessuali, crisi sentimentali, segreti scambi telefonici.
Nell’antico teatro di tradizione agli attori si insegnava dove mettere quelle maledette mani che ingombravano la recitazione. Si inventavano sedie su cui appoggiarsi, libri od altri oggetti da tenere in mano, oppure i gesti plateali di toccarsi il cuore o la testa.
Qui, in Tolcachir, autore e regista di “Edificio 3”, il problema non si pone, si sa dove mettere mano. Quattro scrivanie, cinque librerie, due classificatori, una poltrona, sedie e telefoni, una macchina del caffè che dovrebbe funzionare, luci che si accendono e si spengono… Ma è l’Argentina del dopo 2001, con gli istituti di credito in bancarotta, con correntisti senza più un soldo, tremendi giorni di crisi, di manifestazioni di piazza, con madri e nonne che ancora, dopo trent’anni, aspettavano figli e mariti, incarcerati, torturati, spariti…. Ed ora l’Argentina e il mondo del dopo (?) pandemia.
Ma tutte queste angosce, problemi, fantasmi, incubi, tragedie personali non c’entrano. Il mondo è tutto qui, in questo sgangherato ufficio. La crisi economica non c’è. E la pandemia? I cinque milioni di morti da Covid sono improvvisamente scomparsi.
L’importante è entrare in teatro attraverso quei rituali che tanto danno fastidio ai no vax, e non solo: green pass, misurazione della temperatura, sanificazione delle mani, mascherina e distanziamento in sala.
E poi ridere. E tutti ridono. Perché lo spettacolo è decisamente liberatorio, divertente, costruito con intelligenza, recitato con perizia comica, con esattezza di tempi da pentagramma.
Per dirla ora, così, alla buona, come dice la ragazzina “rivoluzionaria”: bla bla bla, ecco, lo spettacolo, che però, come dice Colcachir, è ispirato a Beckett e Cechov, per lombi di presunta discendenza, forse c’è. È tutto un chiacchiericcio, specchio delle nostre quotidiane consuetudini dialettiche, tra problemi di banale e logorroica mediocrità, per non dire niente.
Qui, “Edificio 3” regge per un’ora e venti. Ma potrebbe andare avanti così per due o tre ore, e sarebbe la stessa cosa. Occorre molta abilità anche in questo. E in questo capolavoro in esaltazione della comune mediocrità, c’è senz’altro della genialità.
Grazie anche agli attori Rosario Lisma (qui vecchio impiegato con recente perdita di mammà, ma lui ha altro per la testa), Valentina Picello e Giorgia Senesi, le due impiegate dai grovigli sentimentali, sublime modello di impiccionistici pettegolezzi. E poi i due giovani Stella Piccioni ed Emanuele Turetta. Tutti bravi, affiatati e tutti azzeccatissimi nel loro eterogeneo miscuglio di umane mediocrità nell’aggrovigliata matassa metaforica della nostra vita da due anni così sprecata. Ma poi, per strada, sotto la maschera, chi capisce se ridi o piangi?…
“Edificio 3” si replica fino a domenica 7 novembre. Lo raccomandiamo.