Teatro, l’arte della recensione di scrittori e poeti, da Praga a Raboni. Con fatale esclusione di falliti, giovani e ignoranti

(di Andrea Bisicchia) – Come deve porsi il critico dinanzi a uno spettacolo, come riconoscere l’autonomia del teatro rispetto a quella che veniva chiamata letteratura teatrale, come e quando è stato riconosciuto al teatro un suo specifico linguaggio autonomo, tanto da diventare una disciplina, fino a quando un critico dice tutta la verità?
Questi interrogativi vengono in mente leggendo “Itinerari della critica teatrale del Novecento”, a cura di Mariagabriella Cambiaghi e Gianni Turchetta, entrambi docenti all’Università Statale di Milano, edito da Mimesis. A prima vista, potrebbe sembrare un libro anomalo, ma lo si giustifica proprio perché si tratta di un “itinerario” che coinvolge alcuni critici che sono stati anche scrittori e poeti, prima di intraprendere la professione di critico. Si tratta di Marco Praga (1862-1929), Vincenzo Cardarelli (1887-1959), Enzo Ferrieri (1890-1969), Angelo Maria Ripellino (1923-1978), Alberto Arbasino (1930-2020), Giovanni Raboni (1932-2004). Eppure leggendo i saggi dei due curatori e di Laura Piazza, Silvia Tisano, Lorenzo Cardilli, Luca Gallarani, Luca Diano, si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a una galleria, ripetiamo, anomala, ma, in fondo, utile per chi crede ancora nell’“arte” della recensione, che non dovrebbe essere affidata, come sosteneva Praga, né ad autori falliti, né a giovani autori e, soprattutto, a degli “ignoranti di teatro”, bensì a chi lo conosce dal di fuori e dal di dentro e che lo ha frequentato, con continuità, nel rispetto degli artisti e del pubblico che va ad applaudirli, per il quale, l’autore di “La moglie ideale”, grande successo di fine Ottocento, aveva una maniacale considerazione. Praga, che era stato anche direttore della Compagnia del Teatro Manzoni, divenne un critico amato e temuto, perché, essendosi schierato per la commedia borghese, vedeva di malocchio gli autori del Grottesco, come Antonelli e Rosso di San Secondo, al quale, però, riconosceva spiccate doti di poeta, mostrò, perfino, dei dubbi per un giovane autore come Pirandello, in particolare quello dell’”Innesto” e del “Giuoco delle parti”.
Diciamo, allora che Praga è un caso a sé, come lo fu Vincenzo Cardarelli, le cui recensioni, raccolte da Cibotto, per Rizzoli, col titolo “La poltrona vuota” (1910-1936) non mostrano alcuna continuità, se non quella degli anni 1918-19 e 1925, con un’ultima testimonianza del 1933 dedicata a “Quando si è qualcuno “ di Pirandello. I curatori sostengono che Cardarelli abbia accettato di fare il critico per sopravvivere alla povertà e di lui riportano, in Appendice, la recensione di “Nostra Dea” di Bontempelli, che si rivela preziosa per stile e per l’analisi approfondita, non solo del testo, ma anche della messinscena.
Importanti sono anche le “Visioni” critiche di Enzo Ferrieri, direttore della rivista del Circolo, “Il Convegno”, oltre che del Teatro che ne prenderà il nome in via degli Omenoni. Ferrieri era anche un organizzatore, dobbiamo a lui un incontro su “I sei personaggi” a cui Pirandello partecipò con una lettera, rimasta come un documento.
Seguono le recensioni di Angelo Maria Ripellino apparse su L’Espresso (1969-1977), ben noto come slavista, autore di “Il trucco e l’anima” e “Majakovskij e il teatro russo d’Avanguardia”, meno noto per “Siate buffi”, dove sono apparse le sue recensioni che riteneva quelle di un “non professionista”, dal gusto eclettico, ma dalla potente solidità argomentativa, sensibile, in particolare, alle buone regie, da considerare, a suo avviso, come testi creativi e non soltanto interpretativi.
Che dire di Arbasino, dei suoi reportage, più che critiche, spedite al “Mondo” da tutte le parti del mondo, di cui frequentava i palcoscenici per informarci, con la sua verve ironica e la vasta cultura, degli spettacoli che vedeva, con dei resoconti vertiginosi, raccolti nel volume di Feltrinelli “Grazie delle magnifiche rose”, un vero e proprio dono di Dio.
E infine, Giovanni Raboni di cui, al contrario degli altri citati, non sono state pubblicate le recensioni apparse sul Corriere, dallo stile alquanto personale, dalla capacità di rapportarsi con lo spettacolo che andava a vedere, dal suo essere “testocentrico”, ma felice di ammettere la grandezza creativa di Strehler, Kantor, Ronconi, Dodin, Nekrosius, dato che i loro spettacoli andavano oltre il testo, a dimostrazione della autonomia linguistica del palcoscenico e della sua specificità.
Il volume, in Appendice, contiene uno scritto di Alberto Bentoglio: “Materiali per una biografia di Giovanni Pozza” (1852-1914), le cui recensioni furono raccolte, sempre da Cibotto, per Neri Pozza (1971), considerato l’inventore di un modello di recensione che verrà continuato da Renato Simoni.

“ITINERARI DELLA CRITICA TEATRALE DEL NOVECENTO”, a cura di Mariagabriella Cambiaghi e Gianni Turchetta, Ed. Mimesis 2020, pp. 230, € 20