Teoria, pratica teatrale, storiografia e saggistica. Tanti modi di guardare il presente per capire il passato. E viceversa

(di Andrea Bisicchia) Non c’è dubbio che, per teorizzarlo, il teatro, prima di tutto bisogna farlo, anzi si può dire che la prassi diventa una condizione necessaria, nel senso che non si può fare teatro senza la pratica, che, a sua volta, genera la teoria, ovvero quel processo cognitivo che permette di capire cosa sia avvenuto sul palcoscenico in modo da poterne percepire i significati profondi, il cui lessico non è certamente di tipo letterario.
L’autore di una messinscena ha, pertanto, una doppia responsabilità che consiste nell’esercitare le sue competenze su un testo altrui, per farne un testo proprio con strumenti che non sono soltanto di tipo concettuale, ma anche pragmatici, dovendo convivere con discipline diverse.
Si verifica una specie di fusione o, meglio, di doppia composizione che, a sua volta, deve fare i conti con una elaborazione complessa che in anni recenti ha fatto spesso ricorso all’informatica e, quindi, alla tecnica, triplicando il linguaggio compositivo, tanto che la scrittura scenica può vantare una sua egemonia su quella interpretativa.
È possibile, allora, che la pratica teatrale possa incidere a-posteriori sulla teoria?
Diceva San Tommaso: “Intellectus speculativus extensione fit practicus”, il cui significato è molto semplice, ovvero che la teoria, per estensione, si fa pratica, solo che, credo, si possa dire anche il contrario, nel senso che l’estensione della prassi scenica possa essere a sua volta teorizzata da chi ne è stato il testimone.
Non bisogna neanche dimenticare ciò che diceva Giambattista Vico: “Verum ipsum factum”, nel senso che si conosce quel che si fa. Insomma, non si può riferire di uno spettacolo che appartiene alla prassi scenica se non si è a conoscenza della sua “verità” realizzativa.
Diceva Wittgenstein, all’inizio del suo “Tractatus”, “Esiste tutto ciò che accade”, l’accadere sul palcoscenico è, in fondo, tutto ciò che esiste. Fare storia del teatro non può prescindere dalla prassi, benché il suo compito non sia quello di teorizzare, ma di ordinare un materiale che appartiene a tutte le epoche teatrali, la prassi è più legata alla storia della messinscena e della memoria di chi ne è stato partecipe, a cui si richiede l’attitudine del confronto, senza il quale non può esserci un vero e proprio esercizio critico. Quando il confronto viene a mancare, subentra il metodo storiografico che non necessariamente ha bisogno di testimonianze perché le competenze dello storico riguardano la capacità di confrontare i vari momenti in cui, gli eventi teatrali sono avvenuti, magari col ricorso a una serie di documenti che ne sono la testimonianza.
La storiografia, ben diversa della saggistica, non ha bisogno di una memoria personale, ma della memoria degli altri, anzi si potrebbe fare Storia della memoria, dato che essa vuol semplicemente dire: guardare il presente per capire il passato e viceversa.
Se non vogliamo dimenticare Gramsci, sul rapporto tra teoria e prassi, basterebbe ricordare in che modo Mejerchol’d, Brecht e Dario Fo l’abbiano messo in pratica.