(di Andrea Bisicchia) – Considerato il numero di riscritture di opere altrui, sembra che oggi registi e attori vogliano assumersi una responsabilità alquanto discutibile, ovvero quella di ritenersi un secondo autore, rispetto al primo. A dire il vero, al tempo della “regia critica” (non si tratta di nostalgia), tale appellativo veniva riferito a registi come Strehler, Squarzina, etc, in base alla loro “lettura” del testo che portavano in scena, tanto da farne una creazione autonoma, nel rispetto assoluto delle parole dell’autore che non veniva né contraffatto, né tradito, ma semplicemente interpretato.
Oggi, accade il contrario, nel senso che i registi fanno proprie le parole altrui, magari volgarizzandole, deformandole e, in molti casi, peggiorandole. Cosa spinge costoro a fare proprie le parole degli altri?
A mio avviso, una forma di falso intellettualismo che però nasconde delle fragilità, oppure una forma di opportunismo che ha a che fare con l’interesse finanziario, dato che la riscrittura viene inviata alla SIAE col proprio nome.
La parola magica, utilizzata dai “ri-scrittori”, è abbastanza nota: “Tratto da…”, formula che giustifica ogni nefandezza, i cui esiti, in molti casi, risultano improvvisati, incompiuti, frammentati, scomposti. Si tratta di un vizio che dura da parecchi anni, tanto che le infinite riscritture hanno sostituito le scritture, eliminando i veri autori. I classici vengono saccheggiati a piacimento, attori e registi, che non conoscono una parola di greco, firmano, con i propri nomi, le traduzioni che, a loro volta, confermano la volontà di utilizzare, in questo caso, le parole dei grecisti, facendole proprie, grazie ad accorti cambiamenti. Per farmi capire meglio, ricordo che l’autore più depredato, degli ultimi tempi, credo che sia Cecov, dato che le nuove generazioni si sono tuffate a capofitto sulle sue commedie, benché siano necessari dei distinguo.
Liv Ferracchiati ha portato in scena “Platonov” e “ll Gabbiano”, gli è bastato cambiare qualche nome e il titolo: “La tragedia è finita, Platonov”, “Come tremano le cose riflesse sull’acqua, Tchaika”, aggiungendo parole di testi altrui, per inviare i copioni alla SIAE col proprio nome.
Secondo me, ha fatto una regia, come una volta, con una lettura moderna e basta.
Mi è sembrato più coerente Leonardo Lidi che per la trilogia “Il Gabbiano”, “Zio Vania”, “Il giardino dei ciliegi”, pur rimanendo fedelissimo ai testi, ha fatto delle regie nel pieno rispetto delle parole di Cecov, che, pur facendo discutere, hanno evidenziato, delle commedie, una contemporaneità senza tempo.
Al Teatro Franco Parenti, si sono visti due Cecov particolari: “Un gabbiano”, con la regia di Nathacha Belova, sempre con la formula: “ispirato a…”, realizzato come un sogno rivissuto da una vecchia attrice, e “Le tre sorelle”, sempre “ispirato a,,,”, di un regista iraniano che ha fatto convivere una storia vera, quella di una ragazza combattente per la libertà, con frammenti della trama cecoviana, sovraccarica di musica Rap. Proprio “Le tre sorelle” è il testo che ha subito, recentissimamente, diverse riscritture, quella femminista di Muta Imago, che ha dato un’unica voce di donna a un personaggio che si batte per la libertà, facendo iniziare la trama da un possibile futuro per arrivare, al presente, attraverso l’uso di continui flashback, mentre la versione di Baraldi, Kleper 452, se in un primo momento era stata pensata nel rispetto del testo, in un secondo momento, con lo scoppio della guerra in Ucraina e la presenza di tre attrici ucraine, il testo è diventato un pretesto per mettere in evidenza il disastro della guerra, giustificato dalle note battute “Intanto, non ci resta che vivere”.
Forse la più estrema riscrittura, tanto da diventare un testo nuovo, è stata quella di Giampiero Borgia che ispirandosi alle parole di Irina: “L’uomo deve faticare, lavorare… tanta è la voglia di bere quanto è quella di lavorare”, ha creato un testo di sana pianta: “FUS, ovvero FOTTUTI, UTOPISTI, SOGNATORI”, col quale Borgia polemizza con il Ministero dello Spettacolo, le cui leggi non prevedono prospettive per molti artisti che lavorano nell’ambito del teatro, muovendosi fuori dai binari delle sovvenzioni, che vivono di sogni e di precariato.
La carrellata potrebbe anche dare l’idea di come il teatro delle riscritture possa essere accusato di contraffazione e falsificazione.








