Tra Longhi e Gadda, la rivoluzione linguistica di continuatori, emuli ed oltre. Da Pasolini a Testori, da Sgarbi ad Arbasino

(di Andrea Bisicchia) Sono sempre più convinto che ogni rivoluzione artistica sia sempre una rivoluzione linguistica e che, a sua volta, corrisponda a un particolare stile di scrittura, sia essa pittorica, teatrale, letteraria, musicale. Un simile assioma trova conferma nel volume di Marco Antonio Bazzocchi, docente di Letteratura italiana moderna all’Università di Bologna, “Con gli occhi di Artemisia. Roberto Longhi e la cultura italiana”, edito da Il Mulino, nel momento in cui egli fa riferimento a un maestro, non solo di Storia dell’Arte, ma anche di una scrittura rivoluzionaria capace di dare ai capolavori da lui esaminati una tale reinvenzione, da renderli assolutamente nuovi agli occhi di chi li osserva.
Bazzocchi fa ricorso a questa scrittura miracolosa per legare i suoi saggi raccolti nel volume, dedicati a Longhi, alla Banti, a Bassani, a Pasolini, a Testori. Diciamo subito che esistono, nel primo novecento, due stili di scrittura che fanno capo a Longhi (1890-1970) e a Gadda (1893- 1973), quasi coetanei, tanto da creare due indirizzi, quello longhiano e quello gaddiano tra i cui continuatori, oltre a quelli citati, ricordiamo Arbasino e ancora Testori che risente di entrambi, specie nella “Trilogia degli Scarrozzanti”, scritta per Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah, negli anni Settanta, nella quale, per l’uso di un plurilinguismo, sono evidenti gli influssi di Gadda, come a suo tempo fecero notare sia Isella che Vigorelli.
Il tema conduttore dell’analisi di Bazzocchi è quello della “scrittura come reinvenzione”, la stessa che ha permesso a Longhi di reiventare le analisi critiche delle Opere di Masaccio, Piero della Francesca, Caravaggio e dei manieristi lombardi. Fra gli stregati da Longhi, pur con una propria autonomia, Bazzocchi pone Anna Banti, Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci, Paolo Volponi, esponenti, a suo avviso, di una letteratura “manierista”, di cui farebbe parte, in particolare, il romanzo “Artemisia” della Banti, dalla storia editoriale travagliata, dovuta alla perdita del manoscritto originale, durante la guerra, e alla riscrittura fatta alcuni anni dopo, fidando nella propria memoria.
Bazzocchi accompagna il lettore lungo un percorso impervio che va dall’inizio della avventura intellettuale di Longhi, con lo studio di Caravaggio e dei caravaggeschi, a Mattia Preti (1613- 1699), “tra i geni pittorici del seicento italiano”, di cui ebbi a vedere una grande mostra a Catanzaro, organizzata da Vittorio Sgarbi, altro erede di Longhi, sia nella visionarietà che nella scrittura, nelle cui opere la centralità del corpo e della sua esibizione è prodotta dal colore e dalla sua commistione con la luce, in sintonia col metodo caravaggesco.
Anche Mattia Preti è considerato un manierista, la cui “scrittura” pittorica è simile a quella della critica longhiana, sia per le scelte lessicali che per “le inusitate bizzarrie”, il cui tracciato arriva a Pasolini, quello di “Mamma Roma “ e della “ Ricotta”, grazie proprio all’uso del rapporto luce-ombra, o ancor meglio, della luce che combatte le tenebre e, ancora, a Testori, soprattutto, nella sua analisi, circa 40 pagine, dedicata a  Francesco Cairo (1607-1665), contemporaneo di Mattia Preti, la cui scrittura critica va oltre quella longhiana, dato che contesta al maestro il concetto di “realtà fotogrammata” applicato a Caravaggio, a vantaggio di una realtà nella quale i corpi sono fatti di carne, di viscere, di escrementi, corpi in movimento che contrastano con la fissità del reale, tipica del fotogramma. Testori va oltre Longhi persino nell’invenzione linguistica, attenta a ricercare i lati oscuri dell’essere umano anche quando si presenta nella forma dell’immagine pittorica. Per Testori, nei segreti della carne martoriata, desacralizzata, c’è anche il vissuto dell’artista “pestante”, proprio perché vive l’esperienza della peste milanese, quella manzoniana per intenderci, con sconcerto e drammatica partecipazione.
Il libro di Bazzocchi va, pertanto, letto come un vero e proprio percorso che ha come timoniere Longhi e il suo magistero, la cui influenza è ancora visibile in coloro che, dinanzi a un quadro, si pongono non come spettatori, ma come “lettori”.

Marco Antonio Bazzocchi, “Con gli occhi di Artemisia. Roberto Longhi e la cultura italiana”, Il Mulino 2021, pp. 182, € 17.
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