Tra realtà e computer le magie di Spielberg. Capace di creare dei classici. Facendo divertire. Ora, il Gigante Gentile

(di Marisa Marzelli) Lo scorso 18 dicembre Steven Spielberg, uno dei registi più popolari ed eclettici, ha compiuto 70 anni. Esce ora il più recente della sua trentina di film. GGG – Il grande gigante gentile è una fiaba, tratta dall’omonimo libro pubblicato nel 1982 dello scrittore inglese per l’infanzia Roald Dahl (suoi, tra gli altri: James e la pesca gigante, La fabbrica di cioccolato, I Gremlins, Matilda 6 mitica, tutti trasposti in versione cinematografica).
La carriera di Spielberg è caratterizzata da due elementi rari. Da una parte la facilità con cui affronta e padroneggia tematiche tra loro agli antipodi – si va da film che nei decenni passati venivano definiti con malcelata insofferenza da certa critica snob “giocattoloni” o semplicemente “americanate”, come la saga di Indiana Jones, a film drammatici d’impegno sociale o politico come Il colore viola, Schindler’s List, Monaco, Salvate il soldato Ryan, Lincoln ecc. – dall’altra la perizia con cui utilizza creativamente le nuove tecnologie. Steven Spielberg ha insieme una frenata fantasia impiegata con approccio ludico; un talento naturale per il cinema e l’ingenua (in apparenza) capacità di far divertire o riflettere ilpubblico. Il regista de Lo squalo, E.T., Jurassic Park, Minority Report, La guerra dei mondi e tanti altri, oggi è un classico. Sebbene quella certa critica arcigna e sospettosa ancora stenti a riconoscergli meriti ampiamente dimostrati.
Anche GGG, presentato in anteprima fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes, ha suscitato qualche alzata di sopracciglio perché troppo semplice, troppo fiabesco. Ma è proprio nel DNA del cinema spielberghiano opporre ai disillusi chi è ancora capace di sognare e sapersi rapportare con l’infanzia.
Dopo Il ponte delle spie, che ha fruttato nel 2015 a Marc Rylance l’Oscar come migliore non protagonista, ecco stavolta Rylance nel ruolo del gigante gentile, non in versione live ma in performance capture, cioè con l’utilizzo di una tecnologia che permette di catturare movimenti ed espressioni facciali di un attore per poi applicarli ad un personaggio virtuale. Il film è un misto di riprese reali e CGI (immagini generate al computer). Il racconto, fiaba con tanto di voce off della piccola protagonista, comincia a Londra dove la piccola Sophie (perfetta la scelta della 12enne Ruby Barnhill) vive all’orfanotrofio e di notte, quando tutti dormono, si affaccia alla finestra. Scopre così che una figura gigantesca di sette metri si aggira per strada e soffia sogni nei bambini addormentati. Il gigante si accorge di lei e la rapisce portandola dove vive, un luogo dove gli altri sono molto più giganteschi di lui e lo vessano perché è mingherlino, vegetariano e parla in modo strano mentre loro sono rozzi, aggressivi, hanno nomi terrificanti come Inghiotticicciaviva, Ciucciabudella, Scottadito e si nutrono di umani. Sophie e il gigante gentile – due diversi che si alleano – dovranno cercare di sopravvivere e per farlo chiederanno aiuto anche alla regina d’Inghilterra. In scene esilaranti e con un’ironia che solo l’immaginario americano può concepire riferendosialla Monarchia britannica.
Sceneggiato da Melissa Mathison, storica collaboratrice di Spielberg per E.T. L’extraterrestre e scomparsa l’anno scorso, il film si rivolge scopertamente agli spettatori più piccoli ma i contenuti espressi con leggerezza e stupore fantastico risvegliano anche il bambino che sonnecchia negli adulti disposti a stare al gioco. A partire dalla ricostruzione di una Londra letteraria e deliziosamente dickensiana. GGG, che ha fatto tesoro delle tecniche sperimentate dal regista in Le avventure di Tintin (2011), è il film di Spielberg che più si apparenta ad Hook (diretto nel lontano 1991) e al mondo fantastico di Peter Pan. Detto per inciso, il personaggio di Peter Pan esce dalla penna dello scozzese James Matthew Barrie e se aggiungiamo il Lewis Carroll di Alice, questi scrittori britannici per l’infanzia sono davvero anche grandi psicologi.
GGG è un film dall’andamento piano, forse qualcuno lo troverà statico e a tratti persino noioso se confrontato con i ritmi odierni, ma ha un contenuto delicato e profondo. Visivamente apre spazi di grande respiro inventivo.