Tramonto dell’Occidente? Crisi delle utopie? Ma la nuova utopia sarà il sapere scientifico, vero motore del progresso

26-9-16-cacciari(di Andrea Bisicchia) La nascita delle utopie coincide, in genere, con una crisi di civiltà e, quindi, con un bisogno di cambiamento, il cui ritardo si addebita alle incertezze della politica e delle religioni.
Lo capì Platone che, nella Repubblica, auspicava una società retta dai filosofi, con la convinzione che si potesse governare solo con la potenza del pensiero.
Lo capì Aristofane che, più pratico di Platone, negli “Uccelli” si scagliò contro una società che aveva perso i valori etici fondamentali, a causa della corruzione, tanto che ne immaginò un’altra che stesse tra cielo e terra, dove si potesse vivere in pace, profetizzando una città ideale a cui pensarono trattatisti e scrittori del Cinquecento, che arricchirono l’ideale con una dose di follia, vedi: “Elogio della follia” (1511), di Erasmo da Rotterdam,”Utopia” (1516) di Tommaso Moro, “La città del sole” (1602), di Tommaso Campanella, “Nuova Atlantide” (1626) di Francesco Bacone.
Ciascuno fantasticava, a modo suo, un luogo immaginario, un ottimo luogo (eutopeia), o inesistente (outopeia).
Massimo Cacciari e Paolo Prodi nel volume “Occidente senza utopie”, Il Mulino, cercano di spiegare il motivo per cui, impotenti, assistiamo al tramonto dell’occidente, titolo che ricorda il noto libro di Splenger, scritto in un contesto diverso, e lo individuano nella crisi delle ideologie, dato che le società senza utopie avrebbero il compito di prefigurare un futuro non certo immaginario. Entrambi sono d’accordo nel ritenere l’utopia una categoria protetta, capace di rendere possibile, l’impossibile, entrambi la svestono di ogni carattere metafisico e ontologico per rivestirla di connotati razionali.
Paolo Prodi si intrattiene su una possibile osmosi tra religione e politica, tra sovranità laica e sovranità sacrale. La domanda che si fa è: può l’utopia attingere allo spirito profetico o viceversa? Prodi distingue un potere di origine carismatica, quello dei profeti, e uno di ordine costituzionale. Il primo arriva dall’alto, il secondò dal basso, proprio perché senza il carisma. L’utopia, pertanto, non va intesa come perdita della terra promessa, perché essa appartiene all’uomo, all’artista, allo scienziato che posseggono l’ansia della scoperta. Di una cosa Prodi è certo, ovvero che, nel terzo millennio,il rapporto tra profezia e istituzione, tra chiesa (erede del Profeta) e Stato cambierà, essendo cambiato il loro modo di rapportarsi.
Per Cacciari, sia l’ideologia che l’utopia “agiscono”, poiché fanno parte integrante di un sistema culturale, e perché convinto che l’utopia sia fonte continua di elaborazione del pensiero, oltre che dello stesso evolversi della Storia. Insomma, l’utopia non appartiene alla favola, al mito, alla nostalgia del passato, bensì a una forma di “concordia orbis”, attraverso la quale, è possibile realizzare progetti proiettati verso il futuro confortati, però, dal metodo scientifico. Per Cacciari, non ci sono dubbi, nell’utopia moderna, il comando spetta al sapere scientifico e non a quello filosofico, come proponeva Platone, perché tutte le utopie considerano l’innovazione tecnico scientifica il vero motore del progresso.

Massimo Cacciari, Paolo Prodi, “Occidente senza utopie”, Il Mulino 2016, € 14