Trittico vincente di Kurt Weill alla Scala. Anche in ricorrenza (1962) della storica collaborazione con il Piccolo Teatro

MILANO, giovedì 15 ► (di Carla Maria Casanova)

Kurt Weill alla Scala, come annunciato. Per noi, Kurt Weill fa rima con Piccolo Teatro (la mitica Milva, tanto per ricordare). Questo spettacolo vuole celebrare, con due anni di anticipo ma nel giorno esatto, la nascita del Piccolo Teatro, avvenuta a Milano, per opera di Giorgio Strehler e Paolo Grassi, il 14 maggio 1947.
Con lieve anticipo, ci sono anche i 70 anni della prima volta di Brecht-Weill al Piccolo (1956, L’Opera da tre soldi). Poi i 125 anni dalla nascita di Kurt Weill (2 marzo 1900).

C’è anche un’altra ricorrenza: la felice collaborazione Scala-Piccolo Teatro, che con Weill ebbe inizio nel 1962.
Bypassando date e anniversari, arriviamo allo spettacolo in scena alla Scala da ieri sera.
Prima cosa: dimenticare il Piccolo Teatro. O comunque Weill come lo ricordiamo al Piccolo. È qui una storia elaborata in altro modo. Un trittico messo insieme con 3 titoli di Brecht-Weill nel quale la regista Irina Brook ha voluto descrivere, con un anelito verso un futuro migliore, lo sfacelo dell’ambiente mondiale attuale. Quello che oramai tutti deploriamo: superficiale, egoista e violento che sta portando l’intero universo alla rovina. Una sorta di discarica umana e ambientale nella quale ci siamo messi di buzzo buono a trasformare l’originale paradiso terrestre che ci era stato assegnato.
I testi dei tre titoli, usciti dalla penna sulfurea di Bertold Brecht e dalla musica irridente di Kurt Weill hanno chiaramente riferimenti politici ma la morale non è nichilista come sembra: la devastazione è così grande (preveggenza della catastrofe ambientale dei nostri giorni) da suggerire la necessità (speranza?) di una rinascita. O almeno di un cambiamento di rotta. Così la vede la regista Irina Brook (figlia di Peter, curriculum prestigioso, nel 2000 Premio “Talento femminile più promettente”) e autrice di tutta l’operazione scaligera (regia, scene costumi).
I testi raccontano:

“Die sieben Todsünden” (I sette peccati capitali- balletto in nove scene): due sorelle, Anna I e Anna II, dalla natìa Luisiana vengono mandate dalla famiglia nelle grandi città in cerca di fortuna. Anna I, pratica e razionale, insegna ad Anna II, bella ed emotiva, come guadagnare senza troppi scrupoli, passando attraverso la trafila dei 7 peccati capitali. Ma l’apprendistato risulta deludente e umiliante e le sorelle se ne tornano alla loro roulotte in riva al Mississippi.

“Mahagonny Songspiel”: quattro uomini e due donne vanno alla ricerca di una città di sogno dove tutto è piacere e denaro. Ma presto ne sono disgustati e sognano di recarsi a Benares, città sacra illuminata da tutt’altra luce. Purtroppo, apprendono che è stata distrutta da un terremoto. Intanto Dio si manifesta per annunciare ai depravati abitanti di Mahagonny che saranno spediti all’inferno. Essi rispondono che l’inferno è già quello in cui si trovano e Mahagonny in realtà non esiste. È solo un nome.

“The Songs of Happy And”. Sono 7 delle 13 canzoni sotto questo titolo, qui aggiunte al programma per… tirar su un po’ il morale o finire in bellezza. In effetti questo ultimo atto, dopo i primi due piuttosto inconcludenti, entra nel repertorio non dico classico ma operistico e ci ritroviamo a casa nostra. Gli artisti cantano con voce lirica e tutto si conclude con una forsennata danza liberatoria. D’altra parte, lo stesso Weill si autodefiniva “non codificabile” alludendo alla sua inusuale forma di musica e spettacolo: non opera, operetta, avanspettacolo, commedia musicale, cabaret… Allora cosa? È musica, nuova, con sonorità per allora dissacranti. Poi, si sarebbe sentito ben altro. Anzi, quella musica ironica e graffiante, ha fatto la sua strada ed ha addirittura rappresentato un’epoca: quella della Berlino anni Venti. Senza contare che, oltrepassato l’Oceano e approdata in America, ha dato origine a quello che diventerà il fenomeno Broadway.

È nato lo swing. È di questa musica che Riccardo Chailly si è innamorato non appena l’ha sentita, diventando interprete appassionato di un teatro musicale alternativo lontano dai modelli operistici tradizionali e ricco di sperimentazione, ironia e profondità espressiva. Stessa carica emotiva ha profusa nello spettacolo attuale, già ideato nel 2021, poi sospeso a causa del Covid e ora elaborato e concluso.
La scena completata, costruita con materiali di recupero, è sovrastata da un serpentone luccicante di rifiuti plastici, di quelli che ora formano, in mezzo all’oceano, gigantesche isole flottanti e nessuno sa più come distruggerle. Si finirà per costruirci sopra villaggi, come sul lago boliviano Ticaca, oggi grande attrazione turistica, e nessun nome è più adeguato della sua italiana traslitterazione.

Il terzo atto non ha dunque storia. Sono canzoni. Le canzoni piacciono. Alcuni temi sono indimenticabili, vedi Surabaya Johnny, in cui finì con l’identificarsi l’inimitabile Milva. Compaiono qui voci del repertorio operistico, vedi il versatile baritono Markus Werba (recente applauditissimo Evgenji Onegiin. Debuttante in una banda rock, a 22 anni, venne scelto da Strehler per quel “Così fan tutte” con cui il regista inaugurò il nuovo Piccolo Teatro. E Werba passò alla lirica). A cantare e ballare il celebre tango Habanera Younkali è l’avvenente mezzosoprano Wallis Giunta, insieme con altri interpreti già apparsi nei primi due atti: Lauren Michelle e Alma Sadé (le due sorelle Anna I e Anna II), Elliott Carlton Hines, Natasha Petrinsky, Matthaus Schmidlechner, Michael Smallwood, l’attore Geoffrey Carey.

Il Coro e l’Orchestra scaligeri si sono appropriati con straordinaria duttilità del senso dello swing, come ha sottolineato con grande soddisfazione Chailly.
Certo è stato di aiuto il precedente delle molte esecuzioni del repertorio di musiche di Nino Rota. Musica, quand’è musica, è sempre musica.
Il funambolico finale ha conquistato.
Applausi convinti. Un solitario buu per la regista.

Il Trittico ripete i 17, 20,23, 27, 30 maggio. Ore 20. Durata due ore e mezza.