“Turandot” all’Arena di Verona. Quando una grandiosa e opulenta regia (di Zeffirelli) fa dimenticare alcuni limiti del canto

VERONA, domenica 23 giugno – NOSTRO SERVIZIO – (di Valentina Basso) – Ci sono casi in cui non c’è scelta migliore che affidarsi a un classico, e così è per la “Turandot” firmata da Franco Zeffirelli, in scena all’Arena di Verona fino a fine giugno.
Sebbene lo spettacolo sia stato ripreso moltissime volte, niente batte la grandezza delle scene, perfette in ogni dettaglio, il senso estetico e la capacità di gestire il movimento di grandi gruppi di persone del regista fiorentino.
La “Turandot” in particolare è dotata di una spettacolarità che ben si accorda al dramma in atto e stupisce il pubblico di oggi come quello di ieri.
La storia della principessa Turandot, che sottopone ogni pretendente alla sua mano a tre enigmi da risolvere, pena il taglio della testa, e di Calaf, che svela gli indovinelli, ma che è molto lontano dal ricevere il suo premio, si svolge all’interno di una scatola magica riccamente decorata in cui si muovono i personaggi della vicenda. Gli abiti sgargianti di Emi Wada e i movimenti coreografici di Maria Grazia Garofoli esaltano le scene di Zeffirelli, ben riprese da Michele Olcese, e si accordano perfettamente con la direzione di Michele Spotti, tutta sfumature dolci e contrasto con i forti toni drammatici. Spotti è giovane, ma conduce l’orchestra con mano salda, scatenandone la potenza quando necessario e sapendone tirare le redini al momento giusto per esaltare la delicatezza pucciniana.
Gli interpreti formano un cast di alto livello, a cominciare dal soprano russo Olga Maslova, che debutta all’Arena di Verona nel ruolo della protagonista dell’opera di Giacomo Puccini. Con la sua voce solida e potente, la Maslova offre una Turandot più umana della convenzione, meno sprezzante. Non la classica principessa di ghiaccio, almeno non dal secondo atto in poi. Ma è piaciuta.
Gregory Kunde, che interpreta Calaf, ha una voce carismatica e un’ottima presenza scenica, ma nello spettacolo del 22 giugno appare stanco e necessita di un paio di respiri in più durante le frasi lunghe. Il suo “Nessun dorma” (aria celeberrima dell’opera, in cui Calaf attende che l’alba sveli il suo destino: l’amore della principessa oppure la morte) manca di carattere e di potenza.
Daria Rybak è una Liù appassionata e intensa, ma difetta un po’ delle sfumature che un’interprete più esperta potrebbe dare al canto. Sono i dettagli che fanno la differenza, come Franco Zeffirelli sapeva bene, e difatti la Rybak, pur con una voce ampia e sicura, non è (ancora) quella Liù che mette in ombra i due reali protagonisti dell’opera pucciniana quando sacrifica la sua vita per non svelare il nome dell’amato Calaf, condannandolo a morte.
Completano il cast della “Turandot” veronese un ottimo Riccardo Fassi (Timur), Leonardo Cortellazzi (Altoum), Hao Tian, Eder Vincenzi, Grazia Montanari, Mirca Molinari e i tre bravissimi interpreti di Ping, Pang e Pong (Youngjun Park, Riccardo Rados, Matteo Macchioni), che movimentano la scena e le donano vivacità.
Menzione d’onore al come sempre ottimo coro della Fondazione Arena di Verona, diretto da Roberto Gabbiani, e a quello di voci bianche A.d’A.Mus, diretto da Elisabetta Zucca.
La “Turandot” dell’Arena non è vocalmente perfetta, ma l’opulenza della scenografia e l’iconica location sotto le stelle sono capaci di nascondere le piccole crepe del canto. Ci sono casi in cui non c’è scelta migliore che affidarsi a un classico, appunto.

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