Un antico fantasma, il Mito. Da quasi tremila anni si aggira inquieto tra noi. E oggi conforta la nostra mancanza d’idee

(di Andrea Bisicchia) Nel giro di due mesi, abbiamo assistito a continue riproposte dei classici antichi, ritradotti, riscritti, riadattati, contaminati, con una evidente giustificazione: sono i miti del passato che continuano a parlare dell’oggi, come dire che non abbiamo più la capacità di scrivere testi che abbiano a che fare con le tragedie contemporanee, tanto da rifugiarci nel passato sicuro.
A dire il vero, questo ritorno al mondo classico, può solo fare piacere, perché è un modo, per i giovani autori, di imparare come si scriva un testo e in che modo riesca a parlare alla gente. Per poterlo fare, però, bisognerebbe partire dalle traduzioni che, dopo l’Orestiade, tradotta da Pasolini, ha impegnato, non più soltanto gli antichisti e i filologi classici, ma poeti, registi, attori che, magari, non conoscevano nemmeno l’alfabeto greco, ma che hanno utilizzato la tragedia classica per fare degli esperimenti, tanto che, per costoro, era sufficiente mettere, in Locandina, un titolo famoso, perché tutto il resto non contasse.
Certo, la sede ideale per vedere in scena le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide è Siracusa, il cui teatro greco vanta oltre cent’anni di storia e dove è possibile giustificare persino l’arbitrio. Il successo di “Agamennone”, di “Edipo” di “Ifigenia in Tauride” (150 mila presenze), è la dimostrazione della vitalità dell’INDA e del suo gruppo di lavoro, a cominciare da Antonio Calbi che sarà confermato a vita come Sovraintendente.
Quasi nello stesso periodo delle Rappresentazioni classiche a Siracusa, Il Teatro Stabile di Torino ha proposto, al chiuso, “Ifigenia in Aulide” e “Oreste”, senza coro e interventi divini, utilizzando il mito con un potere diverso da quello di una volta, quando lo si considerava, non solo fonte del tragico, ma anche della filosofia (Emanuele Severino ha sostenuto che il primo filosofo fosse Eschilo), ma anche della religione, del divino e del sacro, categorie che, oggi, risentono di una crisi evidente a tutti e che rendono sempre più impossibile la comunione tra il passato mitico e il presente razionale e tecnologico. Questa crisi è stata sottolineata da Livermore, Carsen, Gassman, ciascuno a suo modo, vedi l’“Orestea” “tecnologica” del primo, lontana da ogni rapporto con il divino, vedi l’“Edipo” del secondo che ha sostituito il potere del Rito con quello del Ritmo e del Gesto che, pur rimanendo fedeli all’archetipo, risentono dell’assenza del Sacro, assenza evidente anche nell’“Ifigenia” che il regista ha cercato di umanizzare, rendendo i due fratelli vittime delle proprie ingannevoli percezioni e incapaci di decifrare la realtà, tanto che, la loro fuga da Tauride, l’odierna Crimea, è vista come un viaggio di emancipazione. Valerio Binasco, a sua volta, ha reso ancora più attuale la storia di questa coppia di fratelli, utilizzando uno spazio quasi vuoto, con pochi elementi, e puntando su una recitazione rigorosamente priva di enfasi, togliendo, al mito, ogni potere religioso, per immetterlo nell’ambito delle patologie, quelle studiate dalla psicoanalisi, con la consapevolezza che la creazione mitica non fosse altro che la rappresentazione dei turbamenti della nostra psiche.
Non sono mancate le rivisitazioni politiche, come quelle di Luciano Violante che, dopo una sua Clitemnestra, ha scelto “Medea” con la regia di Dipasquale e l’interpretazione, molto applaudita, di Viola Graziosi. Poi c’è l’“Antigone” di Marco Baliani che ha spostato la sua attenzione sui cittadini tebani, sulla loro paura per la città distrutta, con riferimento all’assedio di Mariupol e alla guerra in Ucrania, idea non molto dissimile da quella di Serena Sinigaglia che, nella sua versione delle “Supplici” di Euripide, andata in scena presso il Teatro Due di Parma, rappresenta il dolore delle madri che chiedono i corpi dei propri figli uccisi, accompagnandolo con l’accusa rivolta a ogni forma di imperialismo, da quello ateniese del V secolo a.C, a quello di Putin.
Un contributo in chiave alquanto moderna dell’uso del mito, lo si deve a “La città dei miti”, un progetto del Centro Teatrale Bresciano che, proponendo “Eracle l’invisibile” e “Medea in via Milano”, riscritte da Fabrizio Sinisi, ha proiettato le figure mitiche nella nostra contemporaneità, con un genitore separato, “Eracle” e una prostituta straniera, “Medea”.
Per finire, sono da ricordare, oltre la riproposta di “Alla greca” di Berkov, anche “L’Edipo una favola nera”, entrambe produzione dell’Elfo-Puccini, quest’ultimo con la regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, “La caduta di Troia”, dal secondo libro dell’Eneide, con Massimo Popolizio, al Castello di Milano, e “Iliade” di Mimmo Cuticchio, con i suoi pupi, a Segesta.
Una simile carrellata serve a dimostrare come il mito continui a lasciare tracce profonde nel nostro immaginario, permettendo che gli archetipi continuassero a circolare nella nostra cultura.