Un gioiello, ma che tristezza. Platea vuota. E strumentisti in frac e mascherina. Facendo finta che tutto sia normale

MILANO, domenica 24 gennaio ► (di Carla Maria Casanova) La Scala, come oramai hanno fatto e fanno altri teatri, ha messo in scena un’opera “dal vivo”, mandandola anche in onda in diretta streaming, dato che comunque la sala era vuota. Eccezione per la stampa, alloggiata nei loggioni, distanze rispettate, mascherina e presa della temperatura all’entrata del teatro (mani lavate e sterilizzate va da sé).
Oramai all’opera siamo avvezzi. Ce la fornisce Rai5 tutte le mattine, ore 10. Piace rivedere spettacoli leggendari di pochi, e più delle volte molti, anni fa. Bellissimi.
E così siamo tutti contenti. No, che non siamo contenti.
Ieri sera, infilata dopo (60?) anni in prima fila del loggione, meta agognatissima all’epoca dell’università, a guardar giù nel teatro vuoto, con l’orchestra espansa sulla piattaforma che prende quasi metà platea, quando si è aperto il sipario giuro che ho avuto un groppo in gola.
Un’opera cantata di viva voce!! Un suono che sale da strumenti che suonano non virtualmente! Da sottolineare: gli strumentisti (tutti con mascherina salvo i fiati) erano in frac! Come i gentlemen inglesi che in colonia, in mezzo alla savana o alla giungla, anche se ospitati in case di bambù, la sera arrivavano a tavola in smoking, per non perdere l’abitudine, o per sentirsi ancora a casa, o semplicemente per continuare a essere gentlemen. E questi professori d’orchestra, e il maestro beninteso, in frac! La Scala è sempre la Scala. Gli applausi, li hanno fatti con l’archetto, a fine esecuzione. Perché ciò che all’opera manca assolutamente, quando il pubblico non c’è, sono gli applausi. Anche se spesso sono a sproposito, l’aria non ancora finita, l’acuto a mezz’aria, ma quando non ci sono del tutto, l’opera non è più l’opera.
Signori che non decidete niente tra gli scranni di Montecitorio, è ora di decidere. Se poi in Regione evitaste di sbagliare i calcoli per definire volta per volta il colore (rosso, arancione, giallo, bianco…) sarebbe decisamente da preferirsi. Quando il pubblico si abituerà allo streaming, e perderà l’abitudine di andare a teatro, non so il mondo, ma certamente l’Italia, non sarà più la stessa, nel senso che sarà ancora peggiore. Difficile da immaginare, eh???
Fine del fervorino e qui potrebbe essere fine anche del pezzo.

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“Così fan tutte”, dramma giocoso di Mozart, è un’opera fiume (tre ore e quaranta, manca poco per essere il Parsifal). La storia, come quasi tutto l’analogo repertorio settecentesco, pare un po’ cretina.  Si discute della fedeltà delle donne. Due coppie. I relativi fidanzati, per compiacere un buontempone scettico, accettano di fingere di partire per la guerra, si travestono in improbabili bey orientali e interscambiandosi tornano all’attacco delle compagne. Dopo una corte serrata, le due signore crollano e arrivano alle nozze. Allora i due partner ricompaiono nelle loro rispettive identità, protestando grande sdegno. Ma siccome amano le loro donne, dato poi che “così fan tutte”, se ne fanno una ragione e le sposano lo stesso. Si direbbe il solito banale luogo comune della “donna è mobile” (perché, l’uomo no? Stupisco che le assatanate femministe lascino correre).
Ma “Così fan tutte”, il cui libretto di Da Ponte ha preso spunto da un fatto realmente avvenuto a Trieste, va oltre gli schemi tradizionali. Segue piuttosto la tesi realista, o razionalista, di quel che succede quando l’amore c’è, ma poi anche la tentazione passeggera non è da buttar via. Insomma niente amore/tragedia/morte. Niente sentimenti eterni. Si prende quel che c’è. Prassi normalmente accettata.  Molto meno nell’800. E “Così fan tutte” sparì dai cartelloni.
Se non che, sullo scellerato libretto c’è l’intervento del signor Amadeus (che come fedeltà non scherzava…) il quale ne ha costruito un gioiello, musica gestita in un perfetto gioco di simmetrie, asciutta seppur frivola, trionfo della dissimulazione con un certo sarcasmo un po’ amaro, ma in definitiva bonario.
I cantanti (sei in tutto: due coppie protagoniste e due comprimari) hanno momenti lirici di raffinata bellezza, alcune arie sono persino quasi popolari (almeno due: “Siccome scoglio” per soprano e “Donne mie la fate a tanti” per tenore, aria che poi sarà ripresa nel Don Giovanni).
Lo spettacolo scaligero che ci è stato proposto viene da molto lontano: 1983, poi ripreso varie volte. È tradizionale, pulito, molto gradevole. Alla Strehler, senza avere la zampata del genio. Belle luci, bel fondale di un mare luccicante al sole o sotto la luna. Scene e costumi sono di Mauro Pagani, regìa di Michael Hampe, ripresa da Lorenza Cantini. Il cast, allora stellare, è ovviamente cambiato e inevitabilmente più (assai più) modesto. Cantano Eleonora Buratto (Fiordiligi) troppo svettante nell’emissione, con punte al limite del grido; Emily d’Angelo (Dorabella), bel timbro caldo; Federica Guida (una Despina anonima; ricordiamo cosa faceva Graziella Sciutti del personaggio della servetta!); Alessio Arduini (Guglielmo) e Bogdan Volkov (Ferrando) coppia equilibrata e ben assortita; Piero Spagnoli (don Alfonso) si distingue per ottimi recitativi, punti assai delicati.
Sul podio un impeccabile Giovanni Antonini. Orchestra e coro della Scala, il quale ultimo era sistemato nel primo e secondo ordine dei palchi (un solo corista per palco mi raccomando!). La sistemazione, pur essendo “di fortuna”, alla Scala è confortata da un’acustica davvero ottima.
Però sia chiaro che l’opera, data così, a porte chiuse, opera non è.