BAGNACAVALLO (RA), giovedì 30 gennaio ► (di Andrea Bisicchia) – La prima domanda spontanea di chi va a vedere, per l’ennesima volta, “l malato immaginario” è la stessa di chi va a vedere, per l’ennesima volta, “Sei personaggi in cerca d’autore”: Perché? O, meglio, “Non sono forse bastate le precedenti messinscene, con tanto di nomi e di registi?
Per me vale la convinzione che la storia di un testo sia quella delle sue interpretazioni. Del “Malato”, ricordo le edizioni d Mario Missiroli, con Bonacelli che lo riprese, anni dopo, con la regia di Marco Bernardi, quella di Romolo Valli, con la regia di De Lullo, quella di Franco Parenti e di Giole Dix, con la regia di Andrée Ruth Shammah, quella di Bosetti, con le regie di Lavia e di Lassalle, ciascuna con un approccio e con delle interpretazioni diverse, anche se nel solco della tradizione, ma con delle varianti molto significative. Si va dall’Argante di Bonacelli che sa solo borbottare, a quello riflessivo di Valli, a quello atrabiliare di Parenti, un po’ simile al suo Alceste del Misantropo, a quello sornione di Gioele, a quello esistenziale-depressivo di Bosetti.
Questa galleria la ritengo necessaria per capire meglio il nuovo adattamento fatto da Angela Demattè, con la regia di Andrea Chiodi, con una interpretazione anticonvenzionale di Tindaro Granata, che ho visto al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, candidato all’iscrizione nella lista Patrimonio Mondiale Unesco, che avrà una tournée il prossimo anno.
Il primo impatto avviene osservando la scena che, al posto del sipario, utilizza un tulle scuro, un po’ sbilenco, da cui si intravede un bagno con tanto di vasca e di gabinetto, su cui incombe un grande lampadario mezzo spento. Prima dell’alzarsi del tulle arriva, in proscenio, l’intera compagnia, in abiti discinti che, come in un teatro di varietà, di tipo espressionista, con tante lucette, accenna a dei movimenti un po’ burleschi.
Quando si apre la scena, vediamo un Argante completamente nudo che entra nella vasca, accudito da Tonina, interpretata da Lucia Lavia, con un certo piglio e autorevolezza, dove utilizza una macchina da scrivere per le sue ricette, accompagnate con i prezzi delle medicine, sempre più costose, insomma, l’attore è chiamato a recitare il monologo iniziale, trasposto in un luogo “necessario” per Argante, che ha sempre bisogno di andare in bagno a causa delle medicine e dei continui clisteri.
Ci si chiede, allora, se Argante stia fingendo, ben sapendo che la finzione appartiene al teatro, o se sia veramente ammalato. Ma fino a che punto la vita lo costringe a fingere.? Nessun pirandellismo, dietro l’angolo, perché nell’Argante di Tindaro non si può non vedere la malattia vera di Molière che, in scena, sapeva di stare male, sia fisicamente che moralmente, sentendosi abbandonato dal suo committente che, se con i testi visti in precedenza, si era molto divertito, dopo le critiche per “Il Misantropo” e il “Tartufo”, aveva subìto pressioni negative da parte dei suoi cortigiani.
Sia Angela Demattè che Andrea Chiodi hanno cercato di offrire al pubblico un malato insolito, pronto a morire in scena, pur di non essere abbandonato dal suo sovrano, come se fosse in cerca della morte per aspirare ad esistere nell’arte. La situazione si sposta, pertanto, verso una interpretazione impostata su tre livelli, quella della commedia amara, quella della vita di Molière e quella del rapporto tra l’artista e il potere.
L’argomento ha una sua attualità, visto che assistiamo, ripetutamente, a sostituzioni di professionisti eccellenti, chiamati alla direzione di teatri importanti, con altri che, magari, hanno poche competenze in materia, solo perché indicati dalla politica.
Il grido di Moliere è il grido di un artista disperato che crede nella propria idea di scrittura, tanto che, alla fine, vediamo il suo alter-ego Argante con, in testa la parrucca di Molière, che supplica il sovrano di dirgli sinceramente se desidera che ancora scriva per lui o se gli preferisce un altro, nel caso affermativo decide di morire in scena, nudo, dentro la vasca, coperto soltanto dal lampadario che viene calato giù con tenue luci, mentre, alla ribalta, la compagnia, per fare ridere il Re, si esibisce nel burlesque iniziale.
Voglio ricordare che qualcosa del genere fu realizzata da Luigi Squarzina in uno spettacolo imponente, “Il Tartufo, vita amori, autocensura e morte in scena del Signor Molière nostro contemporaneo” di Bulgakov.
Il pubblico ha capito ed ha applaudito a lungo.
“IL MALATO IMMAGINARIO”, adattamento di Angela Dematté, regia di Andrea Chiodi, protagonisti Tindaro Granata e Lucia Lavia, visto al Goldoni di Bagnacavallo, candidato all’iscrizione nella lista Patrimonio Mondiale Unesco.








