Un musical? Semmai folk-opera. Con un profondo senso operistico. E con la mistica rassegnazione della negritudine

14-11-16-porgy-and-bessMILANO, lunedì 14 novembre ♦ (di Carla Maria Casanova) La prima classificazione, ancora oggi (e senz’altro quando apparve, nel 1935) è di musical. George Gershwin tenne a precisare che “Porgy and Bess” – in scena alla Scala da ieri sera, con esito trionfale – era un’opera, non nel senso di melodramma tradizionale, ma pur sempre un’opera. Magari una folk-opera, in quanto i personaggi cantano musica popolare, però – il compositore sottolineava – senza l’utilizzo di materiale popolare originale. Per dare unitarietà al lavoro, Gershwin stesso aveva composto gli spiriturals e i folk songs. Uno per tutti, oramai celeberrimo, “Summertime”, con cui l’opera si apre e che ritorna come un leitmotiv.
Se il corpo della musica è jazz (la fortunatissima Rapsodia in blu, composta in dieci giorni, aveva fatto diventare Gershwin il primo “compositore di jazz sinfonico”), esiste un profondo senso operistico, quasi ottocentesco, nelle arie chiuse. Caratteristica determinante di “Porgy and Bess” è l’irrinunciabile cast di negri. Negri (e non “neri”) è il vocabolo appropriato, privo di qualsiasi intenzione spregiativa, come ultimamente si ritiene.
Gershwin spiega la scelta della negritudine con argomento inequivocabile: voleva che l’opera fosse “divertente”. Insita nella razza nera c’è infatti un fondo di scherzo, di ironia, nonostante l’atavica mestizia.
In verità, la storia di “Porgy and Bess” (ripresa dal romanzo “Porgy” di Edwin Du Bose Heyward, del 1925) è piuttosto straziante. Però raccontata con quella vaga nonchalance che già è stampata anche nel solo camminare dei negri, un po’ ondeggiante, un po’ da danza, senz’altro ritmata. Stupisce sempre che le donne di colore, con quei deretani monumentali, quando ballano sembrino libellule.
La storia fa così: a Catfish Row, quartiere negro di Charleston, Porgy è un uomo storpio che si muove su un carretto trainato da una capra. Bess è una prostituta irretita da Crown, personaggio losco e violento che, avendo ucciso in una lite un uomo della comunità, si dà alla macchia. Bess, rimasta sola e malvista dal quartiere, viene accolta da Porgy. Poi Crown ricompare per riprendersi Bess. Porgy, temendo che lei cederà, uccide il rivale. Indagato dalla polizia, è trattenuto per accertamenti ma non essendo emerso niente a suo carico, in capo a una settimana viene rilasciato e torna a casa carico di regali per la sua donna. La quale però, circuita da Sporting Life, uno spacciatore da strapazzo, è partita con lui alla volta di New York. “Dove è New York?” chiede Porgy. “Lontana circa settecento miglia” gli dicono. Allora lui attacca la sua capra al carretto e parte, “Signore, mi metto in cammino.”
Niente di più né di meno delle storie del nostro melodramma. Con la differenza che qui non c’è disperazione. Plana una rassegnazione mistica. Persino una speranza.
Scritta originariamente in due atti e nove scene, “Porgy ad Bess” fu rappresentata a Broadway con successo di pubblico ma molte critiche riguardo alla ambiguità dello stile (opera, operetta, musical?).
Ripresa nel 1950-52, divisa in tre atti, in una tournée europea, tenne cartellone a Londra per 17 settimane, con successo delirante. Alla Scala per la terza volta, dopo le edizioni del 1955 e del 1996, arriva con un cast “negro”, eccettuati coro e orchestra (scaligeri).
Si faceva la considerazione, durante la conferenza stampa, della profonda diversità morfologica tra “noi” e “loro”: la stazza imponente, di uomini e donne, la vitalità che erompe dai loro corpi come dagli sguardi, dalla voce, dai toni sempre elevati. Qualcosa di travolgente e indistruttibile. Anche i nordici, finlandesi, svedesi etc hanno stazze imponenti, ma solo i negri ci appaiono come possente vegetazione, rigogliosa e sensuale.
Alla Scala, degli interpreti principali, Morris Robinson (Porgy), gigantesco basso molto basso, ha creato emozione nella bellissima aria I got plenty o’ nuttin’; Kristin Lewis (Bess), soprano già qui apparsa in “Aida” (non bene) e ne “La cena delle beffe” (meglio), si è distinta per certi perfetti filati, presi da un tessuto vocale piuttosto aspro. Più gradevoli le ottime Mary Elizabeth Williams (Serena) e Angel Blue (Clara). Efficace il tonitruante Lester Lynch (Crown); convincente Chauncey Packer nei panni di Sporting Life.
Alan Gilbert, sul podio, è veterano di questa partitura. Il nostro coro, diretto da Bruno Casoni, ha fatto prodigi. La produzione, affidata al regista Philipp Harnoncourt, è in forma semiscenica, realizzata con la proiezione di accattivanti quartieri cittadini inizio secolo (scorso) e sapienti giochi di luce.
Repliche (che si consiglia di non perdere), il 15, 17, 18, 20, 22, 23 novembre.

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