Un sontuoso “Don Carlo” al Maggio Fiorentino. E per Mehta e Coro applausi incandescenti. Belle voci, ma senza magia

FIRENZE, sabato 6 maggio ► (di Carla Maria Casanova) Inaugurato con gran successo nel nuovo Teatro Comunale (dove acustica e visibilità sono ottimali) l’80mo Maggio Musicale Fiorentino. Ritrovare sul podio Zubin Mehta ha costituito forse per alcuni una sorpresa, dato che direttore principale è stato nominato Fabio Luisi. In realtà Luisi entra in carica nella prossima primavera. Il campo è quindi  ancora dell’amatissimo Mehta, assai vispo ottuagenario (ha dato la sua disponibilità anche per le stagioni future…). Già insediato, invece, il nuovo sovrintendente  Cristiano Chiarot, strappato da Venezia, dove ha fatto grande La Fenice. Qui ci sarà da sudare: coraggio.
“Don Carlo”, sublime opera  del settantenne Giuseppe Verdi (revisione del “Don Carlos in francese con la s finale del 1865, grand’opéra in cinque atti, con danze e tutto quanto), è, innanzi tutto, opera storica. Don Carlo senza s finale, è in quattro atti, dura 3 ore e mezza (l’altra di più…). Il testo tratto dal dramma di Schiller non dà campo a evasioni o stravolgimenti. È Spagna, metà XVI secolo, regno di Filippo II, figlio di Carlo V imperatore, padre (dalle prime nozze con Maria di Portogallo) di don Carlos, marito (in terze nozze) di Elisabetta di Valois, figlia di Enrico II di Francia e Caterina de’ Medici.
Il quadro genealogico è rispettato.
Storici anche il potente Inquisitore e la principessa di Eboli: la guercia, bella e intrigante Anna de Mendoza. Non si trova cenno, nella Storia, del marchese di Posa, che pare non sia mai esistito né un simile onest’uomo avrebbe potuto resistere alla corte di Filippo… È  però il personaggio più affascinante dell’opera verdiana, dove, secondo il premiato uso romantico del melodramma ottocentesco, molte vicende sono stravolte. E va benissimo così, anche se può portare a confusioni. Falsa e inverosimile, nell’opera verdiana, è per esempio l’apparizione (all’inizio e soprattutto alla fine) di Carlo V imperatore: era morto da un pezzo. Il nipote don Carlos era uno scemo epilettico e non ha mai amoreggiato con Elisabetta, benché effettivamente a lui promessa. Anche un tantino singolare il colloquio di Filippo con l’Inquisitore (in sostanza: “Padre, posso ammazzare mio figlio?”, “Certo, anche Dio offerse in sacrificio suo Figlio”…). Se poi Filippo II lo ammazzò veramente (il figlio) questo è più che probabile. A tale versione si è attenuto il regista dello spettacolo fiorentino. Il quale regista ha seguito la Storia rifacendosi alla celebre Leyenda negra, scrittura propagandistica messa in giro dagli Inglesi nel XVI secolo per denigrare la politica spagnola (i buoni motivi per farlo non mancavano).
Il regista è Giancarlo Del Monaco, figlio dell’indimenticato Mario (che, tra l’altro, era nato a Firenze). Giancarlo, lunga prestigiosa carriera tedesca, poi spagnola, è regista avventuroso e audace. Mai per caso. Sa usare una scatola nera come scena e riuscire ad allestirvi dentro un’opera con idee straordinarie (lo ha fatto con I racconti di Hoffmann a Bonn). Qui niente avventure. L’allestimento, creato in Spagna, coproduzione dei teatri di Bilbao, Oviedo, Sevilla e Tenerife (scene Carlo Centolavigna, costumi Jesus Ruiz, luci Wolfgang von Zoubek) è dei più tradizionali. Scene sobrie con cambi a vista ma sontuosi costumi d’epoca. I dettagli storici sono ottemperati con meticolosità. Eboli-la-guercia ha una benda sull’occhio; se nei costumi domina il nero è perché la Corte osservò per anni il lutto per Carlo V; e, finale a sorpresa, don Carlo muore infilzato dallo spadino di Filippo. A volte un po’ stanca, è sempre una regìa di grande coerenza. Le immagini sono belle da vedere. Sotto l’esperta bacchetta di Zubin Mehta l’Orchestra del Maggio ha agito ottenendo risultati a volta strabilianti e così l’imponente Coro (ovazione finale).
Il cast quasi tutto straniero non mi ha dato vibrazioni speciali, a parte Eric Halfvarson, Inquisitore, vecchio ma di terrificante e subdola perfidia (è l’unico che ha ottenuto qualche dissenso! Mah!). Dmitry Beloselskiy (Filippo) è un monarca più tormentato che spietato. Julianna Di Giacomo (pur applauditissima Elisabetta) ha voce importante ma priva di magia. Ekaterina Gubanova (l’intrigante Eboli) non intriga. Don Carlo è Roberto Aronica: il cranio rasato alla Gengis Khan e l’impeto vocale lo allontanano dal personaggio dell’epilettico Infante. Massimo Cavalletti disegna un marchese di Posa un po’ sbiadito. C’è una invisibile “voce dal cielo” che spicca: è di Laura Giordano. Una nota amena: i 6 Deputati fiamminghi che vengono a perorare la causa della loro insanguinata terra sono irrimediabilmente tutti asiatici. Niente a che fare con le nordiche fisionomie dei Paesi Bassi (mia mamma era belga, ne so qualcosa). Un Don Carlo che non rimarrà nella Storia, però il Maggio è decollato e con i tempi che corrono è già gran cosa.

“Don Carlo”, opera in quattro atti di Giuseppe Verdi. Direttore Zubin Mehta. Repliche 8, 11, 14 maggio.