Una cometa distruggerà la Terra: ecco “Greenland”, disaster movie “familiare” dove l’apocalisse c’è ma quasi non si vede

(di Patrizia Pedrazzini) Siamo onesti. Da “L’inferno di cristallo” in poi (era il 1974 e c’era ancora Steve McQueen), un bel disaster movie (allora si diceva “catastrofico”) non si nega a nessuno. Nel senso che, sotto sotto, l’evento rovinoso e funesto attrae, cattura l’attenzione, tiene incollati alla poltrona. In una parola, piace. Lo sapeva bene Orson Welles, che non per niente mandò in radio (e qui siamo nel 1938) una trasmissione, per l’appunto “catastrofica”, come “La guerra dei mondi”, provocando un pandemonio.
Niente di cui stupirsi allora se, in questo già disgraziatissimo 2020, arriva sul grande schermo, direttamente da Hollywood, “Greenland”, storia firmata Ric Roman Waugh nella quale la paventata – da tutti attesa e inizialmente sottovalutata – apocalisse globale sarà causata dall’impatto sulla Terra di una cometa, anzi di un grande sciame di comete e detriti interstellari. Il primo dei quali, tanto per entrare in tema, grande come uno stadio di baseball, si schianta sulla Florida, devastandola. Come salvarsi? La vicenda ruota intorno alle storie private di John, ingegnere edile, della moglie Allison, dalla quale si sta separando per via di un tradimento (ma i due si amano ancora) e del figlioletto Nathan, ovviamente legatissimo a entrambi e in più malato di diabete. Ce la farà, la famigliola, a raggiungere la Groenlandia (Greenland, appunto), a trovare riparo nei rifugi antiatomici della regione, e a sopravvivere?
Il film è la storia, condita di colpi di scena, disavventure, allontanamenti e recuperi, di questo viaggio impossibile e pieno di insidie. Che prende però, anche, il sopravvento su tutto il resto, relegando in un angolo il lato catastrofico della storia: la cometa ogni tanto fa, sì, la sua comparsa, ma non riesce a imporsi né tanto meno a terrorizzare, aiutata in questo dalla scarsità di effetti speciali. Per cui la pellicola si riduce a una sorta di riunione di famiglia (tra l’altro lunga 119 minuti, troppi), non priva, oltretutto, di momenti banali se non decisamente comici: il padre che, mentre sta partendo in tutta fretta con moglie e figlio per l’aeroporto militare, si attarda a spalmare la marmellata sul sandwich; il bambino che perde l’insulina (forse se la custodiva la mamma era meglio); il finale in stile Arca di Noè, con i nostri che, insieme a quel poco di genere umano che è riuscito a salvarsi, emergono dopo mesi di buio dai portelloni del rifugio fra i ghiacci e si affacciano a un mondo, distrutto e fumante sì, ma sul quale volteggiano, eterno simbolo di vita, alcuni sparutissimi uccelli.
Insomma, un film che molto promette (la prima mezz’ora) ma poco mantiene, come minimo non all’altezza delle aspettative. E pure poco catastrofico. Niente a che vedere con disaster movie del calibro, per esempio di “The Day After Tomorrow” o di “2012”, per dirne un paio. Peccato, perché, Gerard Butler non si discute e, nei panni di John, dà corpo con misura e convinzione alla figura di un padre, e di un marito, magari un po’ orso, ma buono, onesto, tenace e (nonostante le origini scozzesi dell’attore), tanto squisitamente americano. Solo che non basta.

Nelle sale cinematografiche da giovedì 8 ottobre