Una guerra da ridere. Più Aristofane che Eschilo. E “I sette contro Tebe” diventano una miscellanea di generi e dialetti

RUSSI (RA), sabato 4 maggio(di Andrea Bisicchia) Non è certo compito della Compagnia I Sacchi di Sabbia, l’indagine puramente testuale, filologica stilistica, per portare in scena “7 contro Tebe” da Eschilo, visto al Teatro Comunale di Russi (Ravenna), perché il linguaggio a cui ricorrono è irregolare, eccentrico, svincolato da ogni arcaicità, attento a perlustrare il presente attraverso il passato.
A loro non importa il livello ritmico che appartiene alla metrica, anche se in forma di frammenti qualche volta lo si avverte, a loro interessa un modo di recitare che appartiene alla plasticità del corpo, al travestimento, al teatro delle marionette, alla comicità che attinge alla tradizione dei dialetti, magari strizzando gli occhi al toscano Teatro dei Maggi o al napoletano della Gatta Cenerentola, con una modalità diversa, perché discorsiva, impregnata di dialettalità, con uso di codici linguistici moderni.
Chi sono, per i Sacchi di Sabbia e Massimiliano Civica, Eteocle e Polinice? Modelli di virtù politica? Di condotta morale? Di amor di patria? Di loquacità retorica? Soprattutto, da parte di Eteocle, quando cerca di spiegare che la guerra è giusta, facendo coincidere la parola con l’azione, arringando il popolo di Tebe.
Tutto ciò à volutamente evitato, tanto che il loro spettacolo salta sia i monologhi di Eteocle e del Messaggero iniziali, facendo entrare in scena, non il Coro delle fanciulle, ma due attori travestiti da donna, con costume nero, che iniziano il loro lamento, in dialetto napoletano e toscano, per l’imminente catastrofe.
Non importa che si tratti di un Coro mistico che chiede aiuto agli Dei per impedire il massacro, che alterna la paura, l’angoscia, con le preghiere, ciò che interessa è la battuta che fa riferimento al “fracasso di scudi”, non per nulla sul palcoscenico si notano un grande scudo e quattro sedie, inoltre è loro interesse trasformare la tragedia, in commedia, alla maniera dell’amato Aristofane di cui, I Sacchi di Sabbia, hanno messo in scena “Gli Acarnesi” e “Pluto”, utilizzando la medesima tecnica della comicità, soprattutto, nel momenti in cui  cercano d far ridere della guerra. Accade così che Eteocle o Polinice possano sembrare dei Discepoli, il contadino degli “Acarnesi” che, a suo modo, crede di poter porre fine alla guerra che gli impedisce di lavorare i suoi campi.
Eppure, le guerre di ieri non sono molto dissimili da quelle di oggi, generate da politici senza scrupoli e senza vergogna, ma anche questo non bisogna chiederlo ai Sacchi di Sabbia e a Massimiliano Civica, i quali preferiscono far ridere con la guerra, quindi, se c’era riuscito Aristofane perché non loro? Ma in che modo? Prendendo in giro il genere tragico, eliminando ogni forma di eroismo, di architetture sceniche, come avviene, per esempio, al Teatro Greco di Siracusa, dove ho visto le versioni filologiche dei “Sette a Tebe”, puntando sul gioco del teatro, quello che si costruisce con molta semplicità e sulla bravura degli attori a cominciare da Giovanni Guerrieri, con occhiali e palandrana nere, nella parte di Eschilo, Giulia Gallo, come corifea, col compito di incitare il coro a ribellarsi, Enzo Illiano e Gabriele Carli, con la loro comicità semiseria. I duelli sono rappresentati da due pupazzi di stoffa, con un piccolo scudo, manovrati e descritti dalla Corifea e dallo stesso Eschilo, con quel tanto di ironia che evita, accuratamente, la parodia, anche perché con la guerra non si scherza tanto, essendo meglio vivere in pace, come ci ricorda la canzone di Joan Baez, alla fine dello spettacolo, che dura meno di un’ora.
Il pubblico, anche se un po’ frastornato, reagisce nei momenti in cui lo si invita a ridere.

“7 contro Tebe”, da Eschilo, Compagnia Lombardi-Tiezzi/ I Sacchi di Sabbia, con Massimiliano Civica, Visto al Teatro Comunale di Russi, Ravenna.