Una Marsiglia di ordinaria normalità. Per una storia dove alla fine vincono i sentimenti. Militanza politica permettendo

(di Patrizia Pedrazzini) – Marsiglia, 5 novembre 2018. Sono le 9 del mattino quando un boato scuote rue d’Aubagne, alle spalle del vecchio porto. I due edifici popolari ai numeri 63 e 65, vecchi, degradati, instabili e mezzo inagibili, crollano d’un colpo come castelli di sabbia, accartocciandosi su se stessi. Alla fine si conteranno otto morti (fra i quali anche una giovane italiana, in Francia per studiare e trovare un lavoro).
Incomincia così, con le immagini “reali” di quella tragedia, il fumo, i calcinacci, le sirene di polizia, ambulanze e vigili del fuoco, “E la festa continua!”, del regista francese (armeno per parte di padre) Robert Guédiguian. E così in un certo senso finisce, con la commemorazione dell’intero quartiere, quanto mai segnato dalla disgrazia, e l’intitolazione, due anni dopo, di “Place du 5 Novembre 2018”. In memoria delle vittime e sotto il busto, che si erge su una colonna nello slargo vicino, di Omero. “Che non vedeva, perché era cieco, però sentiva…”.
Nel mezzo, le ordinarie esistenze di persone comuni. L’infermiera Rosa, prossima alla pensione e politicamente impegnata a favore dei più svantaggiati. Il figlio di lei, la fidanzata di questi, il padre della ragazza, Henri, del quale la donna si innamora, parenti vari e amici. Gente “normale” e perbene, normalmente abituata a non girare la testa dall’altra parte, normalmente generosa quanto basta. Che se arriva un ospite inatteso non fa che mettere in tavola in piatto in più. Senza tante storie.
In una Marsiglia normalmente multietnica e nell’ambito della comunità armena (che – è il caso di ricordarlo – è tuttora fra le più numerose d’Europa, dopo che negli anni Venti del Novecento il porto francese divenne punto di arrivo, e di riparo, per almeno 60.000 profughi, in fuga da tre decenni di violenze e di genocidi).
Una Marsiglia lontana anni luce dall’immagine “criminale” che tanto cinema ha confezionato e prodotto. Modesta ma non misera, ribelle ma non inconsapevole del fatto che, se si buttano a mare intelligenza e cultura, nessuna rivoluzione è destinata ad andare in porto. Generosa ma non buonista. Vera. Tra un bicchiere di Pastis e un brano di Aznavour (che canta la sua canzone più bella, “Emmenez-moi”).
E allora è fin troppo facile tirar fuori, nel caso specifico di Guédiguian, la crisi della sinistra, la solidarietà di classe, la militanza, l’utopia e tutte queste belle cose.
“E la festa continua!” è un film di sentimenti. Universali, in quanto tali. Che un po’ affondano in quella immensa commedia umana che è il Mediterraneo. Ma che si rivelano essere, alla fine, la sola cura possibile.
Per la sofferenza, per la vita, per la morte. Senza mai dimenticare il passato, quel piatto di “pasta, acciughe e noci” che riporta all’infanzia e ai profumi di casa. Senza temere il sacrificio e la rinuncia. Senza scordare la riconoscenza. E la capacità di capire, perché l’errore tocca a tutti. Senza smettere di crederci.
Perché solo così “la festa continua!”.