“AIUTO, VOGLIONO SOTTRARTI L’EMOZIONE A TEATRO!” – Un Convegno organizzato, in occasione di Presente Indicativo, dal Piccolo Teatro, sul “PUBBLICO CHE CAMBIA CONTEMPORANEAMENTE AI CAMBIAMENTI SOCIALI E POLITICI”, con la partecipazione di artisti internazionali. Paolo Grassi aveva lanciato lo slogan “UN TEATRO PER TUTTI”. Come sono cambiati questi “TUTTI”?
(di Andrea Bisicchia) – In anni recenti, non potendo teorizzare ciò che non c’è, ovvero un teatro che sappia raccontare il presente senza il ricorso continuo alla cronaca che prospetta un linguaggio superficiale, il metodo d’indagine si è spostato verso il pubblico che, a tutti i costi, si cerca di rendere protagonista, forse perché si registra un deficit di protagonismo da parte di registi e attori, che potrebbe essere un derivato dall’uso smodato della cronaca nella composizione di testi teatrali che evidenziano uno scarso interesse e che non contribuiscono, certo, a favorirlo.
Come si diventa protagonisti? Grazie alla partecipazione di una trasmissione televisiva, molto trasch, oppure a una alterità di genere che, se usata con arditezza, contribuisce alla conquista di un po’ di fama. É un modo diverso per diventare personaggio, un modo che non richiede studi presso Accademie o Scuole di teatro.
Dinanzi a una realtà di questo tipo, alquanto trascurabile, l’indagine viene spostata verso il pubblico al quale, però, si cerca di sottrarre il gusto di provare emozioni, per motivi che spiegheremo, dinanzi a uno spettacolo teatrale.
L’emozione è un sentimento, ovvero un movimento che scuote il nostro essere interiore chiamato a giudicare se stesso, nel momento in cui giudica gli altri, quelli che sul palcoscenico raccontano storie di vita comune che sono anche le nostre storie, storie che ci turbano, che ci scuotono, che ci amareggiano, che cercano, a volte, di farci piacere.
In greco il termine “Thimes” ha a che fare, sia col piacere che con l’emozione che sono sentimenti capaci, a loro volta, di generare forti emotività.
C’è da dire che l’emozione che prova lo spettatore è abbastanza particolare, essendo fonte di immaginazione, oltre che un atto che ne coinvolge la coscienza che, a sua volta, se ne serve per scrostare la realtà, magari per renderla più seducente, meno minacciosa, più gestibile.
Quando si cerca di offendere l’emozione, di decostruirla, o sostituirla, ci si scontra con quel principio di trasformazione che rende lo spettatore un essere coinvolto nella rappresentazione, ovvero in ciò che è visibile attraverso l’invisibile. Come attutire l’emozione? Come renderla inerte a teatro? Facendo uso smodato della tecnologia, ovvero dell’artificiale che è ben diverso da “arteficiale”, il primo produce sensazioni, il secondo produce sentimenti, sintonie, dissonanze, partecipazione.
Ed eccoci arrivati al secondo punto, sono in tanti i teorici che fanno largo uso di questo termine applicato allo spettatore, chiamato a partecipare senza spiegare che il termine ha molteplici significati, che può essere gestito da Istituzioni diverse, ed è accattivante perché ha un fascino democratico tale da offrirti una pratica di libertà. In verità, c’è qualcosa di subdolo, perché l’invito a partecipare spesso diventa una sorta di imposizione. In teatro la partecipazione ha una sua storia nata già negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso quando “Il teatro di strada”, “Il teatro itinerante” invitavano il pubblico alla partecipazione che, però, era anche un sinonimo di festa che, a sua volta, è una forma di libertà. Il termine deriva da “fanum”, che vuol dire luogo sacro, ha come prefisso “fas“, che significa ciò che è lecito fare. L’emozione è un gesto di libertà che si prova in silenzio, al buio, ed è questa l’emozione che si prova in teatro, cosa ben diversa di chi sostiene che devi “partecipare” ad uno spettacolo, perché partecipare comporta fare parte di una comunità, di mettersi al servizio di qualcuno o di qualcosa, sentirsi incluso all’interno di un gruppo e, pertanto, coinvolto.
In casi simili, chi partecipa, a mio avviso, perde la funzione di spettatore, ovvero di colui che guarda e che intende emozionarsi prendendo parte attiva a ciò che accade sul palcoscenico. In casi simili, egli trasforma le emozioni in forme di conoscenza, oltre che di piacere intellettuale.
Per i neuroscienziati sono sette le emozioni che riusciamo a provare dinanzi a uno spettacolo di impegno artistico: Felicità, paura. collera, gioia, tristezza, disgusto, disprezzo. Perché vogliono sottrarle allo spettatore comune?
Ultima precisazione, provare emozione è cosa diversa dal “teatro emozionale” ideato da Moreno, il quale consente, alle persone, di esplorare il proprio mondo interiore, attraverso l’azione scenica, questo tipo di approccio appartiene alla psicoanalisi.
il Convegno ideato da Claudio Longhi al Piccolo Teatro sul “pubblico che cambia”, è uno stimolo alla riflessione.








