Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del Teatro. E fioriscono le idee più strampalate per riportarlo in vita

MILANO, venerdì 10 aprile ► (di Riccardo Pastorello) Mai una parafrasi fu più adatta all’attuale crisi del nostro mestiere per il quale, più che per molti altri, si prospettano tempi drammatici. Finalmente è chiaro e sotto gli occhi di tutti: il teatro, è sulla piazza da oltre duemila e quattrocento anni e forse va mandato in pensione. Ci sono mezzi di comunicazione molto più efficienti e che consentono di alzarsi senza problemi e andare in cucina, farsi un panino con una bella fetta di salame e, una volta nuovamente sprofondati nella poltrona, di riavviare il programma preferito (televisione, internet…).
Jonathan Swift a metà del ‘700 (v. disegno satirico) suggerì ai cattolici irlandesi di vendere come cibo i loro bambini ai ricchi possidenti anglo-irlandesi! Perciò oggi chi si scandalizzerebbe alla proposta di eliminare lo spettatore dello spettacolo dal vivo? Anche perché, così facendo, si eviterebbero gli immani sforzi nel proteggerlo da emissioni di saliva vaporizzata prodotti dai poveri attori che si agitano sul palcoscenico!
Si susseguono perciò le proposte tragicomiche, non tutte inventate dai teatranti che, storicamente esposti ai colpi della cattiva sorte, sono specializzati nella sola Lamentatio Perennis.
La più amena, di origine burocratica, è stata quella di alternare, nei teatri, gli spettatori una fila sì e una no, con l’ovvia esclusione di utilizzo almeno delle prime cinque per evitare schizzi salivari forieri di sventura per il povero, eroico, spettatore mascherato, che si presterebbe così inopinatamente alla farsa tragica del potenziale contagio “dal vivo”. Per lui, unico possibile risarcimento, una rapina al botteghino, auspice la mascheratura del volto.
Bisognerebbe poi alternare le poltrone occupate: una sì e due no perché la distanza di un metro non basta più, ce ne vogliono almeno due. Le gallerie andrebbero sigillate per evitare che qualche buontempone si diverta, autocertificazione di immunità alla mano, a sputacchiare, in un sussulto di lotta di classe, sui più ricchi spettatori in platea.
Ma facciamo seriamente due conti su un teatro di 500 posti.

Trecento in platea e duecento in balconata. 500 – 200 balconata chiusa = 300 – (15 x 5 = 75: le prime cinque file per evitare salivamento dal palcoscenico alla platea) = 225 – 2/3 dei restanti 225 = 225 – 150 = 75 posti disponibili!

È evidente che questa economia non regge.
A parte le facezie e le idee strampalate, che anche nei momenti più cupi dell’esistenza aprono una finestra di ottimismo sul mondo, la situazione del Teatro Italiano è davvero molto difficile. Le ragioni sono molteplici e mi preme indicarne qui qualcuna.

1.- La domanda e l’offerta, sia culturale che commerciale del teatro italiano, non sono più in equilibrio ormai dalla fine degli anni ’80. Le nostre attività sono economicamente sempre sull’orlo del baratro;
2.- la politica, da vent’anni a questa parte, ci tiene in vita con risorse sempre più scarse ma per noi necessarie, chiedendoci in cambio non di migliorare l’efficienza del nostro lavoro, ma di aderire, senza che vi siano sufficienti mezzi materiali, a un’orgia burocratica che al settore andava risparmiata;
3.- entrambi i livelli della politica nazionale, quello centrale e quello locale, non hanno saputo fare scelte di selezione culturale e di valorizzazione aziendale, evitando accuratamente di decidere disperdendo le risorse a disposizione e, a volte, inventando nuove e fantasiose categorie di teatranti.
4.- A seguito della pandemia che ha colpito l’intero mondo, le amministrazioni di molti territori, che già hanno tirato i remi in barca, nei prossimi mesi e anni saranno costretti ad azzerare quel poco che ancora esisteva.

Tutto questo, aggiunto alla domanda su chi avrà la voglia e il coraggio di ritornare a teatro nel medio periodo, prospetta l’opportunità di un piano di vasto respiro che metta in discussione radicalmente i sistemi con i quali si è proceduto in questi anni.
Mi vengono in mente solo tre suggerimenti relativi al grande sforzo di sostegno sociale che lo Stato sta intraprendendo:

il primo è la stabilizzazione degli ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori disoccupati almeno sino alla fine del 2021.
Il secondo, all’interno delle disponibilità prospettate, anch’esso sino al termine del 2021, un grande piano sperimentale di abbattimento di ogni onere fiscale, previdenziale e relativo al lavoro per delineare un nuovo patto del Teatro con la Res Publica.
Il terzo la creazione di risorse a disposizione degli spettatori che usciranno inevitabilmente più poveri da questa crisi.

Lo Stato avrà così l’occasione di riconoscere che, se dopo ventiquattro secoli esistiamo ancora, la nazione ha ancora bisogno di noi.
Chiudo ricordando che nello scorso secolo ci sono state tre grandi pandemie: nel 1918 la Spagnola (50/100 milioni di morti), l’Asiatica nel 1957/58 con un numero ben più elevato di quelli di oggi e, dopo 11 anni, la Hong Kong nel 1968 con un numero, in Italia, di circa 20.000 decessi.
Ne siamo sempre usciti e ne usciremo bene anche questa volta.
Buon lavoro a tutti.
E un rispettoso pensiero per i malati che non ce l’hanno fatta.