Verace “Pizza” napoletana, sulle orme del vecchio varieté. La commedia? Non c’è, ma “Vincè” non sbaglia un colpo

MILANO, mercoledì 5 gennaio ► (di Paolo A. Paganini) Il grottesco, l’ironia, qualche spruzzata di satira, le spiazzanti battute al fulmicotone, o gli irrefrenabili ritmi del vaudeville, qualche tentazione di commedia musicale, con tanto di ta-ta-bum (ah, indimenticato Bramieri). Ma, a forza di sbattere e mescolare, ogni zabaione impazzisce.
Ecco, metteteci entro tutto questo e, forse, avremo una pallida idea dello spettacolo dell’amatissimo Vincenzo Salemme.
In un’ora e 45 al Teatro Manzoni, il comico napoletano ha scatenato una impazzita sarabanda di risate e applausi a scena aperta. Ma era un pubblico da grandi occasioni partenopee. Non toccateci Salemme. E la nutrita colonia napoletana di appassionati, estimatori, fedelissimi cultori d’un teatro tra “bassi” e pennacchi vesuviani, ora, dopo una devastante epidemia con due anni di angosce e depressioni, aveva una irrefrenabile voglia di ritrovarsi, di ridere, di divertirsi tutti insieme.
Salemme non li ha delusi.
La commedia (!) portata in scena è stata “Napoletano? E famme ‘na pizza!”, che è stata soprattutto un pretesto di commedia, un pastrocchio senza capo né coda, ma un inno alla napoletanità. E allora chiudiamo pure un occhio.
Infilandoci due vecchi pretesti teatrali delle scorse stagioni, “Una festa esagerata” (quasi preveggente, agli inizi del 2018, insomma un po’ prima del maledetto Covid, quando Salemme confidò, nella dedica alle “persone normali”: Temo il buio del nostro animo spaventato, temo la viltà dettata dalla paura). E l’altra, ormai quasi storicamente antica, “L’amico del cuore”, del 1996, licenziosa istoria di un malato di cuore, qui, ora rivoluzionata, per far posto alle sublimi idiozie, del vecchio e mai dimenticato varietà, fatto di giochi di parole, di qui-pro-quo, di assurdi strafalcioni grammaticali.
Salemme in una irrefrenabile affabulazione di quadi due ore senza intervallo, ci butta dentro l’esile trama di una ipotesi di commedia. Non esiste. Ma Vincè Salemme è decisamente grande. In un certo senso, ma su un altro fronte comico-popolare, ci ricorda l’inimitabile e compianto Walter Chiari. Il nostro comico napoletano cavalca invece un repertorio nazional partenopeo, ora patetico, ora moraleggiante, sapendo sempre dove andare a parare. E non sbaglia un colpo, attingendo al sicuro contenitore dei buoni sentimenti, la mamma, i lutti delle famiglie per i morti da contagio, e poi: l’inno patriottico al caffè con la moka, alla pizza e al pane napoletano, all’adorante fedeltà dei cani, alle feste pantagrueliche di capitoni e baccalà natalizi, e alle differenze sarcastiche del comportamento marito e moglie, maschi e femmine.
Niente di nuovo, ma è così rassicurante sentirselo dire da un capolavoro di simpatia come Vincenzo Salemme. Poco importa se alla fine la commedia non c’è. Nessuno la pretendeva. Per tutti è stato prioritario ridere, divertirsi, giocare con il nulla, tra macchiette, mitragliate di battute, comicità a buon mercato. Di più non si chiedeva per riprendere fiato dopo quasi due anni di asfissia sociale e culturale. Anche se non è ancora finita. Ma facendo finta di niente.
I compagni di scena di Salemme (autore regista e protagonista), sono quelli, più o meno, di sempre: Vincenzo Borrino, Sergio D’Auria, Teresa Del Vecchio, Antonio Guerriero, Fernanda Pinto. La bella scena a terrazza sul Golfo è di Francesca Romana Scudiero.
Si replica fino a domenica 16 gennaio.

“Napoletano? E famme ‘na pizza!”, di/con Vincenzo Salemme. Teatro Manzoni, Via Manzoni 42, Milano.