Verdi versione Stargate? Uno sciagurato spettacolo, orrido e orripilante, con luci spietate da discoteca impazzita

FIRENZE, sabato 5 giugno ► (di Carla Maria Casanova) “La forza del destino”, opera buffa del Settecento con musica di Giuseppe Verdi. Oppure: spettacolo psichedelico con impostazione Stargate. La seconda versione è più inerente all’oggetto in causa e peggio della prima.
È l’opera andata in scena ieri sera al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Secondo titolo della 83ma edizione del Festival estivo, miracolosamente realizzato dal coraggioso staff dell’Ente nonostante la pandemia. Teatro pieno (cioè a metà, e tutti mascherati, ancora ligi agli ordini Covid che non si capisce in definitiva che cosa consentano. Non è scattata la zona bianca?).
Applausi, qualche tentativo di dissenso. Il pubblico fiorentino, freddino per tradizione, non si sbilancia mai. Meno male perché qui sarebbe stato da buttar giù il teatro (non per gli applausi).
Incomincio subito dall’orrido, così posso finire almeno con qualche nota lieta dato che qualche nota lieta, in questo sciagurato spettacolo, c’è.
Regìa di Carlus Padrissa de La Fura dels baus e già si è detto. Il palcoscenico è invaso da megastrutture triangolari (pareti, piani, scivoli) preferibilmente con la punta rivolta alla platea che genera nello spettatore il desiderio di indossare un’armatura o quanto meno proteggersi con uno scudo. Ma la vera aggressione sta nell’incessante, prorompente gioco di proiezioni che ti avvolge da ogni parte, come essere immersi in un vortice di foglie o corpuscoli alzati da un folle vento. Il tutto condito con luci spietate da discoteca impazzita. Dopo un po’ si ha voglia di uscire. Per sentire la musica (non dico ascoltare, ma almeno sentire) occorre chiudere gli occhi. Lo scopo sarebbe esattamente questo: ascoltare l’opera.
Due o tre accenni tanto per dare l’idea. Atto primo. È in scena Leonora con una tenuta da fumetto: gorgiera, corpetto con i seni talmente pronunciati che ci si domanda se siano vestiti o “a pelle”; per abito un panier, armatura in metallo per reggere le crinoline, con il particolare che la gonna non c’è: sono in vista due gambe nemmeno stratosferiche (la signora in questione è ben messa). Commedia dell’arte? Mentre detta signora non si decide a scappare di casa con l’amante Alvaro, irrompe il vecchio padre, marchese di Calatrava (momento drammatico da cui dipende tutto l’amaro destino dell’opera): lui è un azzimato don Basilio con parruccone bianco e fucile spianato. Il marchese, come si sa, viene ammazzato per fatale errore. Il pubblico ride. Pazienza.
Leonora sceglie l’eremo. Si propone al padre Guardiano in bodi di maglia argentata con manto scintillante. I conventi son fatti per accogliere i peccatori (è chiaro che costei è una da marciapiede e d’altra parte pure il sant’uomo indossa un saio d’oro). Preziosilla è ancora più sbarazzina: anche lei in calzamaglia, con una tunichetta rossa leccata addosso e il reggiseno formato da due palle di vetro a luci intermittenti. Nell’ultimo atto, quando Vargas va a cercare Alvaro in convento, se lo trova davanti vestito di piume che pare Papageno.
Va precisato che l’ultimo atto si svolge nel secolo 3000 laddove tutti sono tornati uomini delle caverne. Sul siparietto una scritta spiega che così diventeranno i superstiti, secondo la terrificante (profetica?) frase di Einstein “Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale ma la Quarta sarà combattuta con bastoni e pietre”. E dunque, trasportati in una futura preistoria, coperti di pelli e con ispidi lunghissimi capelli, i malcapitati si aggirano tra carcasse di animali e iniziano a duellare con tibie – femori ?- di dinosauri, quantunque Vargas abbia portato con sé le regolamentari spade “..qui armi tu non hai… due ne portai”. Anche Leonora è donna delle caverne ed uscendo dalla sua spelonca, dopo la ben nota aria “Pace mio Dio”, dice sconsolatamente,“misero pane, a prolungar qui vieni la sconsolata vita…” e va a raccogliere le provviste lasciate dal padre Guardiano. Cioè, un poderoso osso di dinosauro. In sala si odono scoppi di risa nemmeno soffocati.
Ma il climax è avvenuto prima, quando Carlo de Vargas canta “Urna fatale” mentre Alvaro, ferito, è forse moribondo. Per illustrare le cure profuse ad Alvaro lo si vede alzato ignudo da una gru e subito calato in un tubo verticale trasparente pieno di liquido. Una sorta di immersioni in formalina. Vedi classico feto nel vaso. Luci rosse illuminano il suo corpo contraffatto. Poi lo tirano fuori e lui è risanato. Questa operazione raccapricciante avviene mentre l’altro (cioè Carlo) canta “Urna fatale”, l’aria più affascinante dell’opera (ah, Ettore Bastianini!!). Roba da agguantare il regista Padrissa e fargli passare un bruttissimo quarto d’ora.
Bisogna dire che il Maggio è recidivo. Nel lontano 1953 analogo esperimento fu tentato da Pabst, che aveva però solo proposto di trasportare “La forza” nella Rivoluzione spagnola del 1936, con cannoni, armi moderne e Leonora una ausiliaria. L’allora cast stellare (Tebaldi/del Monaco/Siepi/Barbieri/Protti, direttore Mitropoulos) si ammutinò e Pabst dovette cambiare rotta. Ma erano interpreti di altra autorevolezza. Ed erano soprattutto altri tempi.
Sul versante musicale, ce n’è anche per gli interpreti. O forse solo per Saioa Hernandez. Cosa diavolo è successo a questo signor soprano che nel 2018 ha spopolato in Attila, al suo debutto alla Scala, e l’anno dopo idem in Tosca? Qui le sciabolate stridenti del suo registro acuto hanno creato problemi (se non a lei, certamente all’uditorio). Ha risolto bene, un po’ sottotono ma per lo meno niente sciabolate, l’aria finale “Pace mio Dio”.
E finalmente adesso siamo in salita. Ottimo debutto al Maggio e nel ruolo (Preziosilla) per Annalisa Stroppa, nonostante sia stata davvero mal servita dalla insensata mise e gestualità imposta dalla regìa. E bene nella pur minima parte (Curra) la giovane Valentina Corò allieva dell’Accademia. Grandi soddisfazioni hanno riservato gli interpreti maschili, dal sicuro Roberto Aronica (Alvaro) al veterano di gran classe Ferruccio Furlanetto (padre Guardiano), al valente giovane Nicola Alaimo (Melitone) allo straordinario Amarturvshin Enkhbat (Vargas) baritono mongolo classe 1986. Per lui l’unico, meritatissimo, fragoroso applauso a scena aperta. Magari da regolare un po’ ci sarebbe il nome. Anche il coro istruito da Lorenzo Fratini, travestito sconsideratamente (il Coro) dai costumi di Chu Uroz, ha cantato con impegno.
Sul podio dell’Orchestra del Maggio (c’era anche l’orchestra) c’è Zubin Mehta. Reduce dai festeggiamenti degli 85 anni, un po’ barcollante per i recenti interventi subiti ma forte di lunghissima esperienza (al Maggio dal 1992 ha diretto 5 edizioni de La Forza) Mehta non ha esitato ad affrontare questo titolo scaramanticamente “innominabile”. Cosa gli abbia fatto accettare questo allestimento di Carlus Padrissa, non si sa. Magari, dopo tante “Forze”, tanto per cambiare… Ma l’opera lirica è uno spettacolo ben preciso, con regole inalienabili. Rinnovare si può: lavoro delicatissimo da lasciar fare ai geni del mestiere e allora possono nascere dei capolavori. Uno per tutti Il viaggio a Reims “di” Ronconi, pietra miliare dell’intero firmamento operistico.
Aggiungere tanto per aggiungere, in scena, può essere una battuta, come i baffi di Dalì alla Gioconda. Nel qual caso l’opera sono i baffi e non la Gioconda. Ne La Fura dels baus forse l’unica immagine accettabile è l’apoteosi finale, con quella sorta di aurora boreale che si sprigiona dietro a Leonora. Anche se avrebbe più a che fare con l’apoteosi di Suor Angelica o di Margherita nel Mefistofele. Anche sbagliare opera non va bene.

“La forza del destino”, di Giuseppe Verdi. Direttore Zubin Mehta. Regia Carlus Padrissa. Scene Roland Olbeter. Costumi Chu Uroz. Luci e video Franc Aleu. Fino a sabato 19 giugno.