Versione originale (1809) di “Fernand Cortez”. Grandiosa, monumentale – 4 ore e un quarto – e straripante di balletti

FIRENZE, lunedì 14 ottobre (di Carla Maria Casanova)Spontini, chi ha il bene di conoscerlo, lo conosce attraverso “La Vestale”. Forse da quella diretta da Muti alla Scala (1993) o forse, bene supremo, attraverso “La Vestale” della Callas (Scala, 1954). E allora siamo sempre lì: il ricordo è di un’opera meravigliosa. Qualcuno magari, cosa assai più rara, ha visto persino “Fernando Cortez” (vedi edizione in italiano di Napoli del 1951 protagonista femminile Renata Tebaldi!). Ci sarebbe anche, di Spontini, “Agnese di Hoenstaufen”, titolo ancora più raro, apparso nel 1986 all’Opera di Roma e nei primi degli anni ’90 a Torino.
Ma veniamo a noi.
Si ignora per quale singolare idea (210 anni dalla prima non mi paiono una ricorrenza di rigore) l’Ente Maggio Musicale Fiorentino abbia programmato “Fernand Cortez ou la conquête du Mexique”, prima edizione, integralissima e in lingua originale francese, quale opera inaugurale della stagione lirica 2019. Diciamo subito che, date le recentissime tristi vicende del Maggio, le dimissioni e i cambi di sovrintendenza, è stata una serata “in tono minore” per quanto riguarda l’usato evento mondano. Inesistente. Niente televisione nel foyer, totale assenza di qualsiasi personalità o personaggio. Niente tradizionale cenone dopo spettacolo (e meno male: lo spettacolo inizia alle 19 e finisce alle 23,17). Dunque, un bel 4 ore e un quarto di spettacolo (forse anche questo è stato un deterrente).
Comunque, esito soddisfacente. Applausi.
Ma questo Spontini chi diavolo è? Neanche fosse Wagner…
Gaspare Luigi Pacifico Spontini (Majolati – oggi Majolati Spontini – Jesi. 1774-1851), a 24 anni ha il suo primo incarico, dal direttore del Teatro della Pallacorda di Firenze, e compone “Li puntigli delle donne” rappresentata a Roma con grande successo. Il Compositore è subito famoso. Dopo diverse opere scritte per Napoli, Venezia e Firenze, si trasferisce in Francia, diventando il favorito (nella veste di musicista) di Giuseppina futura Imperatrice dei francesi. Nel 1808 Napoleone gli commissiona un’opera. È pronta nel 1809. Celebrativa, s’intende, per promuovere la sua (di Napoleone) campagna bellica in Spagna (che poi così bene non andò). Ed ecco Fernand Cortez, dove il protagonista impersona Bonaparte con tutte le sue magnificenze. L’opera, celà va sans dire, ha successo. Poi però le vicende politiche cambiano e il titolo scompare dai cartelloni. Se non altro da quelli francesi. Torna in auge (in seconda versione) nel 1817 e questa volta rimane in cartellone per 225 recite! Anzi, Federico Guglielmo III di Germania, dopo averla vista, offre a Spontini l’incarico prestigiosissimo di General Musik Director a Berlino, incarico che Spontini accetta immediatamente, mantenendolo per vent’anni. In seguito ha delle noie con il suo mecenate al punto di essere accusato di lesa maestà e imprigionato per nove mesi. Graziato da Federico Guglielmo IV, e dotato di un vitalizio, Spontini torna a Parigi e viaggia nel mondo, sempre accolto con grandi onori (Wagner, così restio nel riconoscere gli altrui talenti, lo loda senza limiti e così fa pure Berlioz). Negli ultimi anni, Spontini si ritira definitivamente nelle natie Marche, dove manifesta la sua generosità erigendo un Ospizio e un Monte di Pietà. Lungo quasi tutta la vita ha riveduto – e corretto- il Fernand(o) Cortez.
A noi interessa il “Cortez” andato in scena al Maggio l’altro ieri, proposto per la prima volta in tempi moderni nella versione originaria del 1809, anche se forse non se ne sentiva un bisogno irrinunciabile.  Dopo il primo atto (minuti 80 di cui 35 di balletti, con ritmo tenacemente ripetitivo) è lecito il commento di “noia mortale”. Il secondo (atto) di minuti 50, ha una notevole ripresa: duetti, arie. Altri 50 minuti per il terzo atto, che finirebbe anche prima sennonché, quando Cortez ha sistemato tutti, e tutti se ne vanno, in scena si manifesta un ennesimo balletto. Sarebbe legittima una insurrezione.
Tuttavia, anche il detrattore più ostinato non può non riconoscere a quest’opera alcuni meriti sostanziali. Per esempio, di aver raccolto l’eredità del Gluck francese e, citando Paolo Petazzi, di andare “molto oltre i punti di riferimento, nel respiro epico, nella vocazione a strutture monumentali, nella ricchezza e novità dei colori nella struttura orchestrale, nell’audacia e nell’inquietudine dei processi armonici (…) che preannunciano l’imminente fioritura del grand’opéra”. E allora ce ne facciamo una ragione e siamo tutti contenti.
Nell’allestimento del Maggio, è stato escogitato un inizio – e fine – con la proiezione sul sipario di frasi del diario di Moralez, lo storico al seguito di Cortez che, pur essendo amico del conquistatore, si domanda se questa sfolgorante impresa in terra messicana sia poi stata – o no – una gran bella cosa. Tre secoli dopo Manzoni si farà la stessa domanda a proposito di Napoleone (“Fu vera gloria?”). A noi, ammesse tutte le licenze del melodramma, questa storia di quel delinquente di Cortez rimpannucciato da eroe coraggioso, saggio e clemente, e l’aggiunta dell’amante indigena che rinuncia alla sua gente per donarsi anima e corpo “all’uomo più grande dei mortali” (che pure la sposerà) questo panegirico, dicevo, dà qualche disturbo. Che la musica non riesce del tutto a fugare.
Gli interpreti (i principali sono quattro) si danno da fare, ma nessuno riesce a suscitare entusiasmi, anche per l’assenza di arie che lascino il segno. Si distingue Alexia Voulgaridou (Amazily, l’amante messicana) soprano greco con bella voce di eccezionale tenuta. Gli uomini sono Dario Schmunck (Cortez) tenore di nome internazionale, qui apparso un po’ stanco; Gianluca Margheri (Moralez) basso-baritono laureato con lode in drammaturgia musicale e in musica vocale da camera, vincitore di concorsi. Il suo è un canto nobile, e così il suo stare in scena. Luca Lombardo (Télasco eroe messicano fratello di Amazily) tenore dallo squillo sicuro (cantò nella Vestale alla Scala diretta da Muti).
Il direttore Jean-Luc Tingaud, assistente di Rosenthal (allievo di Ravel) dal 2001 regolare ospite del Festival Wexford, ha un curriculum prestigioso, sviluppatosi soprattutto nel repertorio francese. Una “bacchetta”, come si suol dire, che comunica sicurezza.
Il coro del Maggio, impegnato a fondo, ha dato prove di eccellenza. Ed anche il Balletto di Toscana di Cristina Bozzolini, come si è capito sfruttato al massimo, si è espresso con alta professionalità, guidato dalle coreografie sapienti di Alessio Maria Romano (uno spettacolo solo di balletti del Cortez, avrebbe un nutrito successo).
Portato sulla scena, “Fernand Cortez” (regia Cecilia Lagorio, scene di Alessia Colosso/Massimo Checchetto, costumi di Vera Pierantoni Giua, luci Maria Doménech Gimenez) è una realizzazione formidabile, come raramente – forse mai – si è vista a Firenze. Enfatica, impressionante. Con onde mugghianti, utile proiezione di una cartina del Cuzco dell’epoca, ispanici conquistatori in elmi cinquecenteschi e indigeni piumati, persino cavalli (statue) in armatura (nel 1809 i cavalli in scena furono 14: destarono molte polemiche). E straordinari effetti di luci. Insomma. si è voluto riprodurre anche l’originario effetto del primo Cortez, quando Napoleone (sovrintendente dell’Opéra, dove pagava il suo palco) spiegava l’ampiezza della spesa di questo allestimento con codesta frase: “All’Opéra bisogna gettare i soldi dalla finestra perché rientrino dalla porta”. Che qualche attuale sovrintendente abbia preso la frase per buona? Tutto sta nel farseli rientrare dalla porta, questi benedetti soldi…

Teatro del Maggio Musicale Fiorentino- “Fernand Cortez” di Gaspare Spontini. Repliche mercoledì 16, mercoledì 23 e domenica 20 ottobre.