Viaggio in undici tappe. In un crescendo di incontri, confessioni, menzogne e disincanti. E un’ultima tragica illusione

harperreganstripMILANO, venerdì 12 febbraio (di Emanuela Dini) Il testo è del drammaturgo inglese Simon Stevens, classe 1971, premiatissimo – ha vinto il Tony Awards 2015 (il premio che riconosce i successi ottenuti nei teatri statunitensi) – e molto noto e rappresentato in Gran Bretagna, Canada, Olanda, Germania ed est Europa, ma pochissimo conosciuto e tradotto in Italia.
Il suo “Harper Regan” racconta dell’improvviso viaggio di due giorni intrapreso dalla quarantunenne Harper Regan per raggiungere il padre morente. Un’opera in 11 quadri (due ore di spettacolo più intervallo di 15 minuti), ognuno dei quali rappresenta e racconta situazioni e incontri che la donna affronta durante il viaggio.
Detta così, sembra il solito artificio narrativo del viaggio-metafora, occasione di nuove esperienze, introspezioni e scoperte di se stessi, e a una prima lettura ci si potrebbe anche credere. Perché la saggia moglie lavoratrice, che mantiene un marito disoccupato (e solo molto più avanti si scoprirà il perché) e affronta le quotidiane battaglie con la figlia sedicenne musona e dark, trova il coraggio di partire, sfidando il capufficio autoritario e viscido e affrontando incontri improbabili.
Ma già dal primo quadro-situazione si percepisce che ogni incontro, ogni personaggio con cui Harper si relaziona è un grimaldello per fare emergere un universo disperato, fatto di dolore, menzogna, false illusioni, conflitti generazionali ripetuti e irrisolti, tragiche dinamiche di solitudini e disincanto.
Nulla è come sembra, e in un susseguirsi di situazioni grottesche, ritratti ironici, dichiarazioni splendidamente “politically uncorrect” e proclami di odio tanto dichiarato quanto improbabile, la storia aumenta man mano di intensità e drammaticità, disegnando uno squarcio di rapporti familiari e umani dove non si salva nessuno.
E così il rapporto conflittuale madre-figlia ricalca quello ostile e difficile che Harper aveva con sua madre; i mariti si rivelano ben più infidi e falsi di quello che facevano credere; gli uomini incontrati occasionalmente da un’Harper insolitamente disinibita sono dei miserelli cocainomani o padri falliti; e in questo panorama amaro di relazioni fittizie, ci si ritrova a confidarsi, aprirsi, confessare a cuore aperto sogni e debolezze a dei perfetti sconosciuti. Il finale che potrebbe sembrare un “happy end” dal sapore dolciastro, non è che l’ultima, tragica illusione di un mondo che non esisterà mai.
Su una scena unica bianca ed essenziale, che diventa di volta in volta riva del fiume, pub, ospedale, albergo compiacente e soggiorno di casa, i personaggi si muovono, dialogano, litigano, si confidano senza in realtà incontrarsi mai.
Regia pulita, soluzioni di luci e suoni efficace, attori bravissimi, ma una menzione speciale va allo straordinario trio femminile e intergenerazionale di nonna (Cristina Crippa), madre/Harper (Elena Russo Arman) e figlia/Sara (Camilla Semino Favro) in cui una è più brava dell’altra.
Pubblico foltissimo e applausi calorosi.

“Harper Regan”, di Simon Stephens, regia Elio De Capitani, con Elena Russo Arman, Cristina Crippa, Francesco Acquaroli, Marco Bonadei, Martin Chishimba, Cristian Gianmariniu, Camilla Seminio Favro. Teatro Elfo Puccini, Corso Buenos Aires 33, Milano. Repliche fino a domenica 6 marzo.