Vivere (e morire) in un casermone di banlieue. Ingiustizie, povertà, rabbia. Fra voglia di legalità e bagliori di violenza

(di Patrizia Pedrazzini) Sobborghi di Parigi, terra di banlieues. Quindi di immigrazione, di povertà, di pesanti ingiustizie sociali. Quindi, potenzialmente se non inevitabilmente, di violenza. Terra di polveriere pronte a esplodere da un momento all’altro, come piace dipingerle ai giornali.
Un mondo, quello delle periferie che si estendono intorno alla capitale francese (un tempo paludi popolate da fuorilegge) fatto di milioni di persone, la stragrande maggioranza proveniente dal Nord Africa e dalle ex Colonie, che il quarantaseienne regista francese Ladj Ly, figlio di immigrati dal Mali, conosce molto bene, essendoci abbondantemente cresciuto, per l’esattezza a Montfermeil, distretto Les Bosquets.
Abitato che non a caso fa da sfondo al suo primo lungometraggio, “I miserabili”, del 2019, e anche ora (con una denominazione diversa, ma i luoghi sono gli stessi) al suo secondo: “Gli indesiderabili”, titolo originale “Bȃtiment 5”, il nome del casermone di dieci piani nel quale si snoda l’intera vicenda.
Che è poi, a ben guardare, la storia di uno sfratto, o meglio di uno sgombero forzato (e violento) che si consuma niente meno che la notte di Natale, consegnando alla strada, e alla disperazione, decine e decine di famiglie senza risorse, senza averi, e soprattutto senza più voglia di lottare. Con un’eccezione, una sola, tuttavia sufficiente per accendere la miccia della violenza.
Protagonista del film è Haby, una giovane donna originaria (anche lei) del Mali, lucida e insieme agguerrita, impegnata nella vita della comunità, che cerca di aiutare la gente in difficoltà (tutti) facendo da ponte con le istituzioni. Peccato che, alla morte improvvisa del sindaco, ne subentri uno nuovo – un pediatra prestato alla politica – a metà fra l’incapace e il reazionario che, fieramente intenzionato a riqualificare, anche urbanisticamente, il quartiere, opta per la strada della repressione. Che, in una situazione già di per sé esplosiva, non è propriamente la scelta migliore.
“Sono una francese di oggi”, dice orgogliosa di sé Haby, fieramente avversa sia alla violenza che alla rassegnazione, convinta che la strada giusta sia quella della legalità. Ma la sua è una via percorribile o un sogno destinato a svanire, come in una battaglia contro i mulini a vento? Ce la farà e, nel caso, a quale prezzo?
Un film nel quale tutto è già anticipato nelle scene iniziali: il funerale di un’anziana, la nonna di Haby, che si consuma sulle scale del casermone, con quella bara portata giù a braccia, al buio perché, al solito, non c’è la luce, fra pianerottoli stipati di oggetti, rampe strette che mandano a sbattere contro i muri, volontari che ce la mettono tutta per arrivare giù, donne in lacrime e un solo commento: “Qui non ha avuto pace da viva, e non ne ha da morta”.
Un diffuso senso di impotenza, di mancanza di alternative concrete, che fa da sfondo a tutta la storia, quasi come non esistesse una strada percorribile per uscirne. Men che meno quella della violenza. Che però…
Una sola puntualizzazione. Nel film gli immigrati sono tutti vittime. Il solo “cattivo” è il sindaco pediatra, bianco. Quanto al vicesindaco, di colore, è uno che si staglia in una sorta di via di mezzo: capisce e vorrebbe ma, per interesse personale e vigliaccheria, fa buon viso alle aspettative del primo cittadino, guadagnandosi il disprezzo (e non solo) della gente nel quartiere.