Wenders racconta l’arte “monumentale” di Kiefer: i ricordi, l’oscurità, il mito. Fra storia e poesia, macerie e vita. In 3D

(di Patrizia Pedrazzini) Anselm Kiefer, tedesco del Baden-Württemberg, classe 1945, pittore e scultore, è universalmente riconosciuto come uno dei maggiori artisti esistenti. I suoi lavori grondano fascino e oscurità, ricerca e memoria, storia e mito. Macerie e vita. I suoi atelier – uno per tutti La Ribaute, vecchia e dismessa fabbrica di seta da lui acquistata a Barjac, nel sud della Francia, epicentro del suo impegno creativo dal 1992 al 2007 – non sono semplici luoghi di lavoro, sono mastodontici musei a cielo aperto, estesi su ettari ed ettari di terreno, distribuiti in spazi collegati fra loro da un’intricata rete di sentieri, cripte e tunnel. Fotografia di un artista istrionico (e discusso) dibattuto fra poesia e misticismo, scienza e filosofia. E, naturalmente, provocazione.
Non stupisce che un regista del calibro di Wim Wenders, tedesco di Düsseldorf, medesima classe 1945, il maestro di “Il cielo sopra Berlino”, ne sia rimasto catturato, confezionando per lui “Anselm”, non proprio un film, piuttosto un documentario sulla vita e l’opera del genio conterraneo.
Interamente girato in 3D, presentato lo scorso anno al Festival di Cannes, il lavoro di Wenders entra fisicamente nel mondo di Kiefer, raccontandone l’ispirazione, facendone toccare con mano il processo creativo, imprigionando lo spettatore nel suo indiscutibile fascino.
L’infanzia vissuta in un Paese devastato dalla guerra, memoria che diventa una sorta di ossessione (“La fanciullezza è una stanza vuota, come l’inizio del mondo”), i miti del Romanticismo tedesco (Parsifal, Sigfrido, Teutoburgo), le fotografie degli anni Settanta, scattate in tutta Europa nei luoghi più segnati dal conflitto. I versi del poeta romeno, naturalizzato francese, Paul Celan. Il pensiero di Heidegger e le immagini di lui, Kiefer, con il braccio destro alzato (che gli valsero ovviamente non poche critiche), perché anche di Nazismo è fatta la storia della Germania, e non c’è niente da dimenticare. Come non ci sono sconti da fare. Il tutto non in ordine cronologico, ma in una sorta di continuo andirivieni fra passato e presente, realtà attuale e ricordi.
E poi, e soprattutto, la sua arte “monumentale”. I quadri dell’artista tedesco non sono semplici tele, sono pareti che si muovono su carrelli spinti e trainati da operai. I materiali non sono semplici colori, sono cenere, sabbia, cemento, piante, fiori, piombo fuso versato bollente dai crogioli (il piombo, appunto, l’elemento alchemico per eccellenza, simbolo anche di distruzione e di morte). Le sue opere finite evocano campi di battaglia, un’apocalisse alle porte, la terra di nessuno. Atmosfere arcaiche e infernali.
Un lavoro, quello di Kiefer, fatto di ricerca, di studio e di recupero. Così le crepe della sua terra, martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale, diventano spiragli aperti sulla conoscenza del passato, e le macerie di quello stesso passato fondamenta del futuro.
Detto questo, e fatti salvi i contenuti, “Anselm”, con i suoi silenzi, le sue voci narranti, le sue lentezze, è un film esteticamente ammaliante, sostenuto da una fotografia straordinaria, quasi sempre giocata sui toni del grigio e del blu, dell’azzurro, del bianco e del nero, e da musiche dal profumo onirico.
Necessariamente per pochi, inevitabilmente destinato a finire etichettato come opera di nicchia, il documentario di Wenders merita di essere visto. Novantatré minuti di pellicola per conoscere un genio, non fosse altro che per il puro piacere di lasciarsi catturare, una volta tanto, da qualcosa di grande.